Cultura a colazione, pranzo e cena: pancia mia ti farai mai capanna?

“Con la cultura non si mangia”: questa è forse una delle più stupide e infelici affermazioni della nostra politica, ripetutaci a mo’ di mantra da genitori preoccupati per un inevitabile destino da disoccupati qualora si decida di intraprendere percorsi di studi umanistici o letterari; da amici e parenti, segretamente convinti che tu stia perdendo tempo dietro ad argomenti e materie che avresti potuto tranquillamente affrontare e sviscerare da autodidatta; da conoscenti e nuove conoscenze che al tuo “studio lettere e filosofia”,“vorrei lavorare nel mondo dell’arte”, “mi piacerebbe fare il restauratore”,ti guardano con la faccia interdetta, non sapendo se provare compassione o addirittura pena per te, che per qualche strana e oscura ragione hai deciso di buttare gli anni più importanti della tua formazione, giocandoti per sempre l’avvenire.

Diciamo la verità, quanti di noi hanno provato la sensazione di non essere capiti da tutte queste persone che hanno probabilmente dimenticato cosa sia in sostanza la cultura, e a cui vorrei ricordare che essa, oltre a darci pienamente coscienza di noi stessi e a legarci al territorio in cui viviamo, è balsamo per lo spirito e nutrimento per l’anima.

Ora, so che per la sopravvivenza andrebbe nutrito il fisico e non lo spirito, ma sono sicura che con la cultura ci si potrebbe mangiare e sopravvivere eccome!

Sono i numeri a parlare: il patrimonio italiano consta di 5mila tra musei, monumenti e siti archeologici che dovrebbero e potrebbero fruttare incassi da record, oltre che incrementare il tasso di occupazione del paese. Ma sono sempre i numeri a svelare contraddizioni e paradossi: negli ultimi anni il bilancio del MiBACT si è quasi dimezzato, mentre ha subito un drastico calo il numero delle visite, persino da parte dei turisti.

Un’emblematico caso è quello della Reggia di Caserta che nel 2012 ha registrato poco più di 500 mila visitatori, a fronte di quel milione registrato nel 1997.

Una diretta conseguenza dello stato di abbandono in cui versa il complesso del Vanvitelli: giardini sporchi con fiori poco curati, fontane spente, bus per i tour inattivi, sale chiuse. Chi ha visitato recentemente la Reggia dichiara di essere rimasto con l’amaro in bocca di fronte ad una meraviglia quasi unica nel suo genere che, con gli accorgimenti giusti e la giusta manutenzione, tornerebbe ad essere il luogo di grande attrazione che è sempre stato.

Ma sappiamo benissimo che lo Stato italiano è questo: uno Stato incapace di gestire l’enorme patrimonio artistico e culturale del paese che, ironicamente, sembra essersi trasformato in una pesante eredità.

I mezzi a disposizione sono sempre più scarni, così come vengono a mancare, giorno dopo giorno, le risorse economiche da investire in un settore che negli ultimi anni ha subito solo ed esclusivamente tagli e restrizioni.I tempi sono duri e lo sono per tutti, ma i problemi economici non sono stati gli unici a determinare lo stato attuale dei fatti.

Non dimentichiamoci che a mancare è anche tutta quella serie di competenze e di politiche gestionali necessarie alla valorizzazione e alla promozione dei beni culturali.

In effetti l’Italia è sempre stata più propensa alla conservazione e alla tutela del suo patrimonio, ed è forse per questo che l’idea che si possa parlare di marketing e management dei beni culturali è tutt’ora accettata con scetticismo. In molti hanno fatto fatica ad ammettere che vi sia una chiara necessità di competenze direttoriali e manageriali accanto a quelle scientifiche degli specialisti del settore, e che l’organizzazione di qualsiasi ente o istituzione culturale non possa più prescindere da settori operativi quali quello del fundraising, del business planning o del marketing.

Nulla di più vero se si considera che alcuni degli enti culturali del paese stanno spontaneamente cominciando a far ricorso a tutte quelle metodologie di cui sopra accennato, in particolare a quelle del marketing. Conseguenza inevitabile per una serie di cause contingenti, tra cui la sempre maggior offerta di servizi per il tempo libero, diretta concorrente dell’offerta culturale, che dovrebbe prestare molta più attenzione ai gusti e alle esigenze del fruitore tipo interessato al consumo della cultura.

E’ vero che la missione di un museo è principalmente quella di educare il pubblico, ma chi ha detto che non lo si potrebbe fare ugualmente integrando, per esempio, nella stessa missione l’intrattenimento? Ognuno di noi è solito dedicare quei pochi pomeriggi liberi allo svago, rispondendo alle offerte più accattivanti e meglio organizzate. E allora perché i musei non dovrebbero puntare proprio allo svago quale mezzo per attrarre i visitatori, che comincerebbero a considerare la struttura museale quale luogo dove poter trascorrere piacevolmente anche il tempo libero? Perché non dovrebbero mettere a disposizione dei giovani biblioteche per lo studio, sale conferenza per spettacoli musicali e teatrali, e spazi adeguati da destinare ad eventi di varia natura, come quelli sempre più organizzati dalle associazioni culturali? Non pensate che ciò possa esercitare un maggior potere attrattivo su fasce di pubblico normalmente poco inclini alla frequentazione di tradizionali realtà espositive?

E questo è solo un esempio di quello che si potrebbe fare se solo si cominciasse a parlare effettivamente di imprese culturali, per cui pianificare valide programmazioni, ampliare progetti educativi, innovare e rinnovare strutture e servizi, incrementare stanziamenti, ricavi e indennizzi, costruire un piano di comunicazione efficace puntando alla fidelizzazione dei visitatori, ecc…

Non si escluda la possibile partecipazione di soggetti privati in un settore tradizionalmente pubblico quale quello dei beni culturali: credo infatti che solo una realtà capace di contemperare i punti di forza e le criticità del settore pubblico e di quello privato possa ottenere, dall’interscambio di risorse e competenze, un potenziamento vicendevole tra sfera economica e sfera culturale.

So che la questione non è così semplice e che i rischi di un’eccessiva mercerizzazione della cultura sono tanti, ma sostengo comunque che con il giusto contemperamento delle competenze, e cioè quelle storico-artistiche e quelle gestionali, si possa ridare vita e splendore ad un un patrimonio che rimarrebbe lettera morta se non venisse valorizzato da un investimento umano e se non si trasformasse in esperienza coinvolgente e interessante per tutti.

Purtroppo la difficile situazione in cui versa il paese non ci lascia altro che speranze. E allora desidero continuare a sperare che un giorno le cose cambino, che il popolo italiano possa risollevarsi economicamente e moralmente, e che si possa finalmente dare il giusto valore ad una delle più grandi ricchezze esistenti al mondo: il nostro patrimonio storico-artistico.

Mi piace pensare che un giorno tutti i musei, le istituzioni, gli enti, le fondazioni si trasformino in vivaci punti di incontro e di compartecipazione, mi piace pensare che un giorno il ventaglio di professionalità richieste dal settore della cultura diventi sempre più variegato in virtù di una maggior domanda e di un più passionale desiderio di partecipazione da parte di tutti.

Ed è per questo che spero che i giovani continuino a frequentare le tanto bistrattate facoltà umanistiche, senza smettere mai di studiare, scoprire, ideare, osservare, analizzare, affinché un giorno si possa non soltanto mangiare e sopravvivere, ma VIVERE di cultura.

Pr magda

Magda Romano

Self-portrait_as_the_Allegory_of_Painting_by_Artemisia_Gentileschi

Illustrazione: Artemisia Gentileschi, Autoritratto in veste di Pittura, Kensington Palace, Londra, 1638-39

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