Perché Arte e Management vanno di pari passo

Entrando nei musei del nostro Bel Paese si respira sempre un’atmosfera di vecchio e di stantio, di polveroso  e statico; muri e bacheche ripiene di oggetti vacui e meravigliosi, visti ma non guardati, ammirati ma non compresi. Marinetti probabilmente non aveva tutti i torti: “dobbiamo distruggere i musei! Cimiteri e dormitori inerti, dove l’uomo viene catturato dall’immobilità delle opere in essi contenute”.

Il museo non dovrebbe essere un tempio da custodire gelosamente, ultimo baluardo di un élite culturale saccente e snob, bensì una fonte di sapere e ispirazione per tutti. Non solo da conservare, ma soprattutto    da valorizzare.


L’arte non solo educa ad apprezzare ciò che è bello ed elegante, ma accresce il senso civico e sociale            di un popolo, e con questo il suo orgoglio.
Il museo non andrebbe visitato una tantum, andrebbe vissuto: si va per vedere la mostra, si rimane               per prendere un aperitivo al caffè e per un giro nel parco.
Se le best practice estere (vedi Francoforte o Parigi) ci hanno insegnato qualcosa, è che i musei per arricchire la città devono diventare un tutt’uno col suo tessuto sociale: questi diventano competitor primari di cinema, teatri e ristoranti. Non stiamo più parlando di pedanti visite in polverose pinacoteche, ma luoghi di incontro     e di intrattenimento.
Potremmo anche spingerci più in là ed assimilare l’esperienza americana, impareremmo a considerare i musei come parchi divertimenti, che le loro brand image contano quanto le collezioni che contengono e che             il mecenatismo è un puro status symbol; ma questo in effetti sarebbe troppo.
Quel che appare evidente in Italia è il bisogno di una realtà museale più dinamica e meno accademica.            Il museo è in realtà una vera e propria azienda, e come tale va gestito.
Non più solo storici dell’arte, ma veri manager preparati che facciano quadrare i conti, ed esperti                    in comunicazione che si occupino di marketing, elemento finora del tutto ignorato in questo contesto.
Il pragmatismo cui questa infinita crisi ci ha inevitabilmente sospinto induce a valutare anche qualcos’altro oltre al rilancio sociale e le valenze divulgative: quanto rende un museo?
A giudicare dai dati del Metropolitan Museum di New York o dal British Museum di Londra parecchio, per non parlare del Louvre!
Dobbiamo tuttavia essere realisti: realtà del genere nel sistema museale italiano non sono replicabili. L’Italia annovera più del doppio dei musei francesi, ma quelli italiani spesso hanno piccole collezioni, si trovano        in antichi palazzi nobiliari, ex-conventi; non esistono qui da noi i mega musei. Quasi mai in Italia è stata costruita una galleria ad hoc per ospitare le collezioni; si cerca sempre di riarrangiare un edificio preesistente  o di trasformare in ente museale il sito che ospita già gli oggetti d’arte.
Questo non è per forza un handicap logistico, la sfida è tuttavia quella di creare sinergie tra i piccoli enti         di un territorio, cercare affinità ideologiche e collegamenti fisici adeguati, provando così a creare il cosiddetto “museo diffuso”.
Arrivare all’autofinanziamento, cosa in realtà raggiunta da pochissimi musei nel Mondo, è impresa assai ardua, ma contenere la spesa pubblica, tramite una gestione più accorta ed efficiente, è invece auspicabile, plausibile e doveroso.
Non si tratta solo di vendere più biglietti e guadagnare più soldi, né del risvolto sociale; ciò che conta,       come   ci insegna la virtuosa esperienza della città di Bilbao, è anche l’indotto che gira attorno ad un museo importante, quando è valorizzato in maniera adeguata. Il museo diventa il simbolo e il biglietto da visita          di una città; i turisti arrivano perché attratti primariamente da questo, ma in seguito rimangono a dormire    negli alberghi, acquistano nei negozi e mangiano nei ristoranti, probabilmente visiteranno anche altri musei.           Si rivalutano intere aree urbane, si potenzia il trasporto interno ed esterno, si solleva l’economia e l’immagine della città ne guadagna. Si crea insomma un circolo virtuoso.
Dobbiamo dunque pensare all’arte come la chiave di volta per un rilancio non solo sociale ma anche turistico ed economico del nostro Paese; questo a patto che i musei si liberino della loro autoreferenzialità,                che spalanchino finalmente le porte invitando la gente a entrare, perché l’arte non è soltanto degli artisti         e degli storici, l’arte è di tutti.

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