Gestire l’arte ovvero: management dell’anarchia

arte e anarcha

“Se il massimo desiderio di un uomo è quello di vivere senza fastidi forse il miglior consiglio che gli si può dare è di tenere l’arte lontano da casa sua.” Con queste affascinanti parole dello storico dell’arte e iconologo rinascimentale Edgar Wind (1900-1971) ci introduce al suo libro “Arte e Anarchia” (1968) in cui ribadisce che l’arte e gli artisti sono un pericolo per la società per questo sono stati da sempre sottoposti a censura. Oggi la censura è considerata una barbarie ma l’arte nella frantumazione post-moderna sembra aver perso mordente, per cui ci è sempre più difficile provare timore, stupirci di un’opera. L’arte contemporanea è diventata autonoma dalla committenza ma poche volte si rende “pericolosa” per le menti del pubblico che la osserva. Dal fallimento delle Avanguardie Storiche e le Post-avanguardie degli anni ‘60 e ‘70, assorbite in pieno dal mercato, l’arte si andata via via adeguando rendendo le sue provocazioni una routine. Chi gestisce il mercato degli e venti culturali non è da meno e fa spesso del tickettaggio la massima aspirazione.

In Italia oltre a tutto ciò si aggiunge una caratteristica falsa morale per cui associare la sacra arte di matrice genti liana, al management di stampo albionico, sia un offesa alla “Storia Patria”, percui si preferisce restare inerti, bigotti e felici di crogiolarci nella favola del “Noi abbiamo il 70 % dei Beni Culturali mondiali!”.

A ben vedere è ormai chiaro che in un mercato degli eventi culturali sempre più globale, allestire ed esportare mostre d’arte richiede ormai un approccio sempre più interdisciplinare e dinamico. Far conoscere il nostro immenso patrimonio di opere e beni culturali in Italia e all’estero, è diventata un’attività complessa. Per cui non bastano più i riferimenti ai campioni della nostra critica d’arte passata da Longhi ad Argan. L’organizzazione visiva della cultura non riguarda più solo Sovrintendenze ed enti pubblici ma chiama in causa un mix di saperi e il lavoro di squadra di tante professionalità diverse. Non basta lo storico d’arte capace di fare un progetto farcito da un dotto e documentato catalogo: occorre affiancargli, ad esempio, l’esperto in tecnologie multimediali in grado di creare un allestimento accattivante e “interattivo” in grado di attirare il pubblico.

Il mercato dei Beni culturali ha cambiato faccia. E in parallelo crescono nuove opportunità per una figura professionale multidisciplinare e non più solo tipica del settore pubblico: il manager d’arte.

Di fatto degli eventi organizzati dai musei solo una minima parte viene organizzata dagli interni. Il più delle volte si fa riferimento ad società esterne, che acquistano sul mercato la mostra e si occupano della sua realizzazione dall’idea iniziale all’allestimento fino alla chiusura dei conti. Un iter che coinvolge tante professionalità distinte, ma chiamate a lavorare insieme. Gli storici dell’arte/curatori entrano in stretto contatto con figure specifiche come i registrer, addetti alla movimentazione delle opere. Allo stesso modo gli architetti/allestitori, interagiscono con i grafici e gli specializzati in comunicazione per rendere l’evento aperto, in grado di risultare fruibile e di impatto gradevole sul pubblico.

Proprio in quest’ottica risulta imprescindibile la presenza di una fase didattica da affiancare all’evento di elevata caratura. L’obiettivo è quello di veicolare i contenuti e le idee del curatore/critico d’arte, spesso raffinatissime ma che non sono assorbite dal pubblico neanche in minima parte, soprattutto nel contesto dell’arte contemporanea.

Al rigore e alla qualità scientifica si deve dunque abbinare una certa ‘commerciabilità’, per avere un riscontro nel mondo reale. Non basta più appendere quadri e didascalie alle pareti: occorrono quindi architetti esperti in multimedialità, per dotare la mostra di supporti tecnologici che la rendano interattiva e dialogante: filmati, installazioni video e sonore, immagini, tutto materiale che completa e arricchisce l’esperienza dei visitatori. In definitiva, ad una mostra servono tanti professionisti che lavorano insieme sul progetto fin dalla prima riunione, ed il manager d’arte, oggi, deve essere necessariamente una figura multidisciplinare.

Troppo spesso, nei piani di studi accademici, si trascurano gli aspetti del management e di marketing, di gestione economica e finanziaria, di progettazione e così nessuno studente esce dagli atenei con le competenze specifiche per gestire una mostra dall’A alla Z.

Un’attenzione diffusa e approfondita all’esperienza estetica e creativa e alla sua educazione può generare una nuova cultura dell’innovazione con rilevanza.

Negli intenti di chi vuole oggi relazionarsi col mondo della produzione di eventi culturali sarebbe quindi auspicabile un’attenzione prima di tutto etica e sociale: far cultura nel mondo d’oggi significa caricarsi sulle spalle la responsabilità critica verso il conformismo e una propensione alla ricerca dell’autoelevazione tramite la cultura. Questa emancipazione individuale e collettiva può diventare il nuovo tipo di mecenatismo che riconverta lo stimolo artistico in un “pericolo per la società”, in modo da non continuare a cadere nella trappola dell’industria culturale, dalla quale Adorno, malgrado il suo severo approccio al mondo dell’arte, ci aveva tutto sommato ampiamente messo in guardia.

Un evento culturale per essere tale dovrebbe essere in grado di generare un sistema di relazioni da cui scaturiscano scambi di sapere che stimolino la diversità e lo scambio del pensiero umano, aspetto imprescindibile per l’elevazione del livello generale della nostra cultura.

Da questi punti ne deriva, inevitabilmente, la necessità di tornare ad esprimere una visione politica dell’evento culturale, il che non esclude la presenza dell’aspetto estetico ma anzi lo rafforza donandogli spessore e capacità di incidere nella società grazie ad una chiave di lettura non necessariamente – anzi che possibilmente non sia – greve e pedante.

A queste riflessioni infine si deve aggiungere una imprescindibile di natura economica che non trascuri la ricerca di forme di sviluppo appropriato in grado di valorizzare correttamente l’evento culturale e lo renda armonioso nel contesto della relazione fra gli individui.

La scomparsa del mecenatismo, in primis quello statale, sempre più timido, non ha giovato all’arte.

L’ha trasformata in una delle tante forme di investimento finanziario cosa che ha giovato alla vena creativa appiattitasi sempre più sulle volontà e sulle tendenze di mercato. Il compito dell’arte è essere anarchica, creare pensieri che forniscano attriti intellettuali e non futili gossip.

Il compito deontologico di un manager artistico dovrebbe essere quello di tener in conto di tutto ciò.

A questo proposito ancor più sorprendente risuona uno dei pensieri con cui Wind conclude la sua raccolta di lezioni su Arte e Anarchia: “Quello che ci dispiace nella distribuzione massificata dell’arte non è che essa offra i suoi servizi a troppa gente, bensì che questi servizi siano cattivi. Io personalmente non posso tollerare l’altezzosa credenza che l’arte per i molti sia uno spreco; peggiore spreco mi sembra l’autocelebrazione dei pochi… il fatto di ridurre l’arte a una sfilata spettacolare.” Difficile non sentirsi presi in causa da queste affermazioni.

Giorgio Montanari

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...