Tutta l’arte è stata contemporanea

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[All art has been contemporary]

Nella sua opera-aforisma, Maurizio Nannucci intende far riflettere sul fatto che l’arte è stata e sarà sempre un’espressione della realtà che ci circonda, dove l’unica differenza sostanziale che intercorre fra le opere del passato e quelle contemporanee è il fattore temporale. Con questa frase-immagine, posta come insegna in molti musei in giro per il mondo, Nannucci vuole però anche sottolineare il costante legame che ha sempre contraddistinto l’arte con il mercato.È sempre stato il mercato a determinare la contemporaneità dell’arte, la sua fruizione.

Vero è però che a partire dall’esperienza dadaista questo rapporto ha assunto dimensioni sempre crescenti, fino a determinare una diretta influenza del mercato proprio sulla stessa produzione artistica. È infatti ormai anacronistico scindere il concetto di “Arte” dalla sua gestione economica, comunicativa e logistica.BarbaraKruger-I-Shop-Therefore-I-Am-I-1987

Una delle più grandi conquiste della critica d’arte del XX secolo è stata proprio l’indagine del complesso rapporto tra l’arte e il relativo mercato, tra il gusto e l’economia di fondo che ha permesso a questo gusto di espandersi nel corso del tempo. Nella società moderna, dove le leggi economiche hanno assunto, per così dire, lo status di “leggi naturali” (come mostra l’opera di Barbara Krugerla quale trasforma, nel 1987, il celebre motto cartesiano “cogito ergo sum” in “I shop therefore I am”), non può non esservi rapporto tra il valore accertato dalla critica e il prezzo di mercato. La corrispondenza tra il valore artistico e il valore economico è ciò che determina la circolazione e la migrazione dell’arte.

Ancora più importante è però essere consapevoli di questo dualismo proprio per non confondere il piano propriamente artistico da quello gestionale. L’arte è memoria collettiva, la cui importanza simbolica non deve essere intaccata dalla sfera economica, sarebbe un grave errore. Il problema dell’esistenza e della destinazione sociale dell’arte non si esaurisce nel rapporto economico di produzione e consumo

In un paese in crisi come l’Italia, le risorse affidate alla promozione e alla conservazione del patrimonio artistico sono e saranno sempre più scarse, e a fronte dell’immensa ricchezza presente su questo territorio, il rapporto tra arte e management assume connotazioni di cruciale interesse. Per questo, nell’epoca globalizzata in cui stiamo vivendo, diventa sempre più importante affidarsi, per la gestione dei beni culturali e dell’arte in generale, a professionisti che sappiano fondere competenze umanistiche a competenze economico-finanziare e di marketing.

È in parole molto semplici ciò che l’Italia sta provando a fare attraverso l’attuazione della nuova riforma Franceschini. Tuttavia, è bene ricordarlo, non si tratta di una rivoluzione culturale, piuttosto di un adeguamento a politiche di gestione culturale considerate normali in paesi quali Francia e Inghilterra. Non è però possibile concepire un futuro (e tanto meno un presente) in cui la fruizione dell’arte sia riservata a pochi privilegiati. È auspicabile, invece, che l’esperienza artistica ed estetica possa avere beneficio sull’intera civiltà umana attraverso un’educazione diretta dell’arte.

Ritornando con i piedi per terra, è quantomeno positivo che in Italia qualcosa si sia mosso, perché come disse Eraclito: “Non c’è nulla di immutabile, tranne l’esigenza di cambiare“.

Mattia Andres Lombardo

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