Cosa voglio fare da grande

Operando un chiaro distinguo tra gli aspetti creativo-produttivo, sociale ed economico-manageriale relativi al vasto e intricato campo delle arti e della cultura, vi è da sottolineare come l’ultimo abbia acquisito rilevanza nel corso delle ultime tre, quattro decadi: divenendo oggetto di studio di molti economisti appassionati, l’economia dell’arte e della cultura ha acquisito sempre maggiore indipendenza come ambito di specializzazione, come filone di ricerca, ufficialmente legittimata dalla nascita della rivista accademica “Journal of Cultural Economics” fondata nel 1973 da William S. Hendon,

Con l’evoluzione della storia – e della disciplina stessa – le zone di intersezione tra gli aspetti sopracitati sono divenute sempre più ampie: dalla tendenza generale delle istituzioni pubbliche che, seppure in parte e talvolta con scetticismo, hanno rinunciato alla loro centralità nell’amministrazione dei beni culturali, all’ascesa di successi imprenditoriali di natura esclusivamente privata, felici combinazioni di efficienza economica e creatività, non tralasciando inoltre l’ambiente accademico, che vede fiorire percorsi specifici per figure dirigenziali in ambito culturale.

In questo contento, il contributo dell’analisi economica del sistema cultura – ossia su politiche di tutela e conservazione del patrimonio di qualsiasi luogo d’arte – ha contribuito alla delineazione e all’implementazione di nuove strategie e modelli di programmazione e controllo improntati a una maggiore efficienza nell’utilizzo di risorse economiche, dunque favorendo la generale tendenza a livello globale di evolvere verso un modello di valorizzazione e valutazione del sistema dei beni culturali i quali, qualora frutto di uno sforzo competente, hanno portato a una migliore gestione dei luoghi di arte e cultura. La strada è ancora lunga, e numerose sono le barriere, spesso psicologiche, oltre che giurisdizionali ed economiche: il connubio economia e cultura non ha mai ricevuto un omogeneo e caldissimo benvenuto dall’opinione pubblica, il concetto di “prodotto culturale” talvolta suona quasi come una bestemmia e l’idea di assegnare un valore economico – che, un puntiglioso potrà apprezzare, non equivale a un prezzo di acquisto – a un bene culturale pare essere solo il prologo della lunga storia della rovina di questo immenso patrimonio collettivo, il quale però ha dimostrato di non poter cavarsela tanto bene se lasciato a sé stesso.

In realtà, giusto qualche secolo antecedente l’interesse degli economisti per l’ambito culturale, furono per primi artisti, collezionisti e mecenati ad associare un ragionamento economico alle produzioni d’arte e cultura: certamente geni illuminati consci dell’importanza di gestire correttamente un patrimonio di loro pertinenza, ma anche uomini consapevoli del relativo impatto sociale positivo – seppur ai tempi neanche immaginavano delle possibilità di un’effettiva possibilità di misurarlo – che questo poteva avere su intere comunità.

Cultura è terapia: rende consapevoli, più forti, ricchi. Personalmente, credo nell’esistenza di possibilità di delineare alcune strategie di management del sistema della cultura in grado di favorirne la fruibilità, estendendone il piacere, i benefici e i valori a un pubblico più ampio, globale.

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