DIECI DOMANDE A ETTORE PIETRABISSA

Ettore Pietrabissa è il Direttore Generale di Arcus, società per azioni che da 10 anni promuove e finanzia progetti di restauro, recupero e tutela del patrimonio culturale italiano.

Può parlarmi della sua esperienza lavorativa prima di Arcus S.p.a. e del suo ruolo nella società?

Ho lavorato in finanza e nell’industria in Italia, negli Stati Uniti e in Inghilterra. Poi ho svolto il ruolo di amministratore delegato per due società di consulenza e la seconda, Venture Consulting, mi ha portato a collaborare col Ministero dei Beni Culturali per costruire un’entità che ne gestisse gli investimenti, Arcus appunto. Mi sono appassionato al progetto e sono rimasto come direttore generale della struttura.

Arcus fa capo a tre Ministeri: qual è il loro ruolo all’interno della società e chi stanzia i fondi?

Arcus investe in beni culturali su indicazione del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e del Ministero dei Beni Culturali; inoltre rispondiamo anche al Ministero delle Finanze, dal quale deriva il nostro capitale. I fondi arrivano dalle Infrastrutture: il 3% degli stanziamenti annuali, erogati in quota variabile nella legge di stabilità, viene enucleato e messo in un piccolo portafoglio a parte. Viene poi gestito di comune accordo da Infrastrutture e Beni Culturali.

Perché è necessario che lo Stato accantoni una quota appositamente per il patrimonio culturale italiano? Non potrebbero occuparsene i privati?

Il mondo dei beni culturali non va avanti se non c’è finanza. La finanza può venire dallo Stato ed è un obbligo, ma le statistiche di tutti i Paesi ci dimostrano che spendiamo a parità di tutto tre o quattro volte meno di quanto dovremmo, pur noi avendo un patrimonio nazionale superiore. A questo punto, è chiaro che ci si aspetta che intervenga la finanza privata, però non ci si può immaginare che partecipi senza che abbia qualcosa in cambio. È inutile scandalizzarsi, se si chiede a una grande società di moda di aiutare a restaurare un monumento, bisogna consentirle di esporre la sua pubblicità intorno al monumento stesso durante il restauro.

E l’Art Bonus va in questa direzione?

L’Art Bonus voluto dal ministro Franceschini incentiva la partecipazione dei privati, poiché la quota devoluta in cultura può essere detratta dal loro imponibile fiscale. Si spera che la finanza privata intervenga in maniera crescente, come per altro già avviene nei Paesi del mondo più avanzati di noi.

Quanto investe in media Arcus per ogni progetto?

La media è di circa un milione a progetto, però è molto diversificata: ci sono progetti piccoli da € 200 mila e progetti da 8 mln, come Palazzo Reale a Torino. L’intervento finalizzato alla conservazione del patrimonio barocco nella Provincia di Lecce ha ricevuto 7 mln, la creazione di un circuito culturale fra le Cattedrali piemontesi e valdostane 7,5 mln, mentre il risanamento della guglia maggiore del Duomo di Milano, che pure è molto visibile e importante, in fondo è costato “solo” € 400 mila.

Quali sono i criteri per la scelta dei beni da restaurare?

All’inizio dell’anno apprendiamo quanti fondi abbiamo a disposizione in funzione del famoso 3%, poi apriamo il bando sul nostro sito internet e tutte le entità pubbliche e private (meno quelle con scopo di lucro) possono inviare una proposta di progetto. Noi le raccogliamo e le vagliamo tutte: per prima cosa facciamo una valutazione sull’avviabilità tecnica. La valutazione di merito viene fatta in un secondo momento: si stila una shortlist che viene approvata dal Ministro, il quale ne fa oggetto di un Decreto ufficiale della Repubblica. È un processo molto trasparente, lo comprova il fatto che in questi 10 anni diversi “scartati” hanno fatto ricorso al TAR, ma neanche uno di loro ha poi dato luogo a una contestazione.

È a causa di queste lamentele che nel 2008 è stata avviata un’inchiesta per il restauro di Propaganda Fide?

Il collegio sindacale di Arcus è composto da ispettori del Ministero delle Finanze che fanno controlli mensili e non abbiamo mai avuto alcuna contestazione in 10 anni. Anche la Corte dei Conti ci fa le pulci e solo una volta, nel caso di Propaganda Fide appunto, ci ha mosso una contestazione che è andata avanti per due anni e si è conclusa con “il caso non sussiste.”

Perché i fondi destinati ad Arcus non possono essere gestiti direttamente dai Ministeri?

Le ragioni sono due: innanzitutto, per gestire dei fondi che sono intermedi fra tre Ministeri occorre un’entità autonoma. È il motivo per cui esistono Anas, Ferrovie dello Stato, Invitalia: perché è necessario dare una terzietà e una maggiore agilità. La seconda ragione è che per legge costituzionale le istituzioni pubbliche non possono indebitarsi oltre l’anno e i fondi che noi riceviamo sono quasi interamente stanziati sotto forma di mutuo quindicennale. Così funziona anche per le altre società, ovvero le S.p.a. si indebitano per 15 anni perché il Ministero, per legge, non può.

Il 2015 sarà un anno di grandi cambiamenti per Arcus. Come si modificherà la società?

Ci stiamo ragionando proprio in queste settimane. I proventi del 3% delle infrastrutture stanno decrescendo rapidamente, così come decresce la volontà di destinare questi fondi ai beni culturali. Il mondo delle infrastrutture è vitale per l’Italia ed è una grande leva per il rilancio dell’economia nazionale, perciò è sempre più difficile rinunciare a una quota per destinarla ad altro. L’idea del Ministro dei Beni Culturali è di trasformare Arcus in una società di servizi adibita al reperimento di capitali privati al fine di finanziare i beni culturali in nome e per conto del Ministero, a cominciare dall’Art Bonus, per proseguire sui vari aspetti del fundraising. L’attività di valutazione e finanziamento dei progetti, comunque, resterà invariata.

Può illustrate brevemente uno dei progetti più interessanti finanziati da Arcus?

La creazione del MAXXI di Roma, polo pluridisciplinare progettato da Zaha Hadid per la creatività contemporanea, è un ottimo esempio perché nasce al posto di una caserma in disuso nel quartiere Flaminio, zona negletta della città, ridisegnandone lo skyline e generando un indotto positivo sul territorio. Il progetto è stato portato a termine in 12 anni, piuttosto velocemente se si pensa alle tradizionali tempistiche italiane. L’intera opera è costata € 150 mln e Arcus è intervenuta negli ultimi tre anni per un totale di 21 mln.

Elisa Giuliana

Photo courtesy of http://www.loschermo.it

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