Marco Lodola, sculture di luce

 

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Marco Lodola, classe 1955, si è formato all’Accademia di Belle arti di Firenze. All’inizio degli anni ’80. Fonda insieme ad altri artisti il movimento del Neo Futurismo che ha come  teorico il critico d’arte Renato Barilli. In questi anni collabora con molti brand importanti come Swatch, Coca Cola, Vini Ferrari, Titan, Grafoplast, Harley Davidson, Ducati, Riva , Illy (collana di tazzine d’autore) elaborando per loro campagne pubblicitarie o per prodotti ad hoc.

La carriera dell’artista prosegue anche in ambito internazionale e dal 1996 espone negli Stati Uniti e a Monte Carlo. Lodola è sempre stato legato al tema del movimento e della danza e per questo motivo nel 2000 il teatro Massimo di Palermo gli commissiona la realizzazione degli “Avidi Lumi”, quattro totem luminosi alti sei metri rappresentanti le opere in cartellone. L’anno seguente, nel 2001, viene incaricato di curare l’immagine del carnevale di Venezia e in quell’occasione la Fondazione Bevilacqua La Masa organizza la mostra “Futurismi a Venezia” con opere sue e di Fortunato Depero.

Nel 2011 partecipa alla Biennale di Venezia con l’installazione Ca’ Lodola, curata da Vittorio Sgarbi, alla Ca’ d’Oro sul Canal Grande. La stilista Vivienne Westwood sceglie le opere di Lodola come scenografia per la sfilata autunno/inverno uomo durante la settimana della moda a Milano.

Negli anni proseguono i successi internazionali con mostre in Sud America e in Asia. Quest’anno a giugno ha inaugurato una personale al Museo Evita Peròn a Buenos Aires e al Museo du Futebol di San Paolo in occasione dei Mondiali di calcio in Brasile.

Le opere che più caratterizzano l’artista sono le sue sculture luminose e le installazioni cittadine che decorano anche la sua città natale, Pavia. L’abbiamo intervistato per conoscere meglio la sua arte e la sua più recente installazione, il “Ponticino”.

Da dove nasce la sua arte?

Viene da lontano, da quando ho iniziato a disegnare da bambino. Ho poi fatto il liceo artistico e l’accademia. All’inizio copiavo, come tutti gli artisti, soprattutto gli impressionisti e i fauve. Poi ho sviluppato un mio stile. Lo stile personale sta nello scarto tra quello che fanno gli altri e la tua capacità di copiarlo.

Perché spesso utilizza la luce nelle sue opere?

Tutto ha avuto inizio con la tela, in modo piuttosto tradizionale, poi ho iniziato a usare come supporto la plastica che era un materiale innovativo negli anni ’80. Andavo a comprare i supporti per le opere in una ditta di insegne pubblicitarie, lì ho visto una figura illuminata e l’ho guardata con gli occhi di una scultura. È così che ho iniziato a creare le sculture di luce.

Come è nata l’idea di “Ponticino” ? È soddisfatto di come il comune sta gestendo l’installazione?

L’installazione è stata realizzata molti anni dopo l’ideazione; i lavori sono andati a rilento a causa della Soprintendenza ai Beni Culturali di Milano che infatti ne ha vietato l’accensione tutti i giorni. Al momento ci si è risolti ad accenderlo nei fine settimana e nelle feste. Le polemiche non possono essere relative ai costi perché il costo è di 2 euro al giorno, per un totale di 750 euro all’anno. Altra polemica era quella legata alla fauna ittica, si pensava che le luci potessero essere disturbati dalle luci, ma non ci sono dati a supporto di questa tesi.

Come si rapporta con l’estero? Preferisce creare all’ estero oppure rimane legato all’ Italia?

In tanti anni di lavoro ci sono state tante occasioni. È stato un percorso molto graduale, all’inizio mi sembrava impossibile persino fare una mostra a Pavia e poi a Milano, Roma fino all’America. Nel 1994 ho avuto forse l’esperienza più stimolante, perché ho esposto a Pechino quando la Cina si stava appena aprendo. C’è stato una specie di passaparola visivo.

Lei è un innovatore, cosa la ispira maggiormente?

È un continuum, è una sorta di terapia con la quale esorcizzo le mie paure e con la quale manipolo ciò che non mi piace della realtà e la  trasformo in qualcosa che mi piace. Il mio lavoro è molto autobiografico. Non mi penso al fatto di essere “contemporaneo”, io faccio un percorso autonomo che non è legato al fatto di essere o meno “avanti”, creo quello che mi piace.

C’è un lavoro al quale è più legato?

Ce ne sono tanti lungo il mio percorso artistico. Al momento sono particolarmente legato alle installazioni come “Ponticino”, quelle che danno la possibilità di essere viste dalla gente comune o ad esempio la facciata della Biennale sul Canal Grande e non le opere dedicate solo agli “addetti ai lavori”. Non mi piace l’élite intellettuale che vede la galleria come un tempio a cui pochi possono accedere. Per questo motivo ho spesso collaborato con i musicisti perché si uniscono due tipi di pubblico. Tra i miei progetti futuri c’è la collaborazione alla tournée di Gianluca Grignani.

Foto courtesy of www.lodoland.it

 

 

 

 

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