PAOLO VERONESE IN MOSTRA A VERONA: DAL PROGETTO ALLA REALIZZAZIONE

50 prestatori per 108 opere: questa la portata de “L’illusione della realtà”, mostra monografica dedicata a Paolo Caliari detto il “Veronese”. Inaugurata lo scorso 5 luglio, l’esposizione continuerà fino al 5 ottobre nelle sale del palazzo della Gran Guardia a Verona. La conversazione con Paola Marini, direttrice dei musei Civici di Castelvecchio e curatrice dell’esposizione con Bernard Aikema, spiega le strategie gestionali finalizzate alla cura di una mostra a tema storico e le sfide legate ad essa che il territorio si pone.

L’idea della mostra nasce durante la monografica di Castelvecchio ideata nel 1988 per celebrare il IV centenario della scomparsa del Veronese:  in questa occasione Paola Marini era impegnata nell’attività di prestito delle opere, compito difficile poiché la mostra più importante dell’anno dedicata all’artista era programmata a Washington e una seconda alla Fondazione Cini di Venezia. «Fu per il dispiacere che per questo artista non ci potesse essere una mostra adeguata che si è sedimentata la prima idea di una mostra», trovando convinti sostenitori del progetto Bernard Aikema, docente di storia dell’arte moderna all’ateneo veronese e curatore insieme a Paola Marini della mostra, e partner la Soprintendenza per i Beni storico-artistici di Verona. Nel frattempo la National Gallery di Londra aveva concepito un progetto autonomo di mostra dedicata al Caliari e quando Castelvecchio ne è venuto a conoscenza, ha cercato di mantenere un approccio indipendente dal punto di vista scientifico: 30 dipinti in comune, per i quali le due istituzioni hanno diviso le spese di trasporto e assicurazione. Il “Martirio di San Giorgio” della Chiesa veronese di San Giorgio in Braida è stato esposto solo a Londra, mentre a Verona è proposto nella sede per la quale è stato dipinto. Inoltre, questa scelta è stata funzionale al progetto: “Scopri il Veneto di Veronese”, itinerari che suggeriscono ai visitatori la possibilità di muoversi al di fuori della sede museale: «questo vuole essere segno dei tempi perché oggi la gente ha diminuito la concentrazione, i ritmi di vita sono sempre più rapidi, ma c’è anche un grande desiderio di scoprire i contesti territoriali». Fondamentale è stato il contributo di “Save Venice”, comitato americano che sostiene i restauri nella chiesa di San Sebastiano a Venezia. La direttrice racconta che «i risultati sono andati oltre le aspettative sia come indice di gradimento del pubblico che per la concretezza di itinerari che restano usufruibili anche dopo la mostra».

L’allestimento alla Gran Guardia si sviluppa attraverso sei sezioni espositive: la formazione a Verona, i rapporti con l’architettura, la committenza, miti e allegorie, la religiosità. Inoltre numerosi disegni di cui Aikeman è particolarmente esperto. I curatori si sono posti l’obiettivo di dar vita ad una mostra attrattiva e comprensibile, che porti novità, ponga problemi e discussioni con quell’autorevolezza e rappresentatività adatta al pubblico internazionale. «Nell’esposizione abbiamo cercato di non ferire lo sguardo: la sezione dedicata alla religiosità è alla fine del percorso. In quella sezione abbiamo concentrato dipinti dalla fine anni ’70 e degli anni ’80 perché quando la tavolozza va scurendosi, inserire dipinti degli anni ’40 sarebbe stato dissonante, quindi ordinare la mostra per temi non va in contrasto visivo con una successione cronologica».

Gli aspetti gestionali, dalla scelte delle opere, al prestito, trasporto e allestimento, assicurazione e ricerche degli sponsor sono state curate interamente dalla direzione di Castelvecchio con la collaborazione dell’Università di Verona secondo il modello della gestione in-house: «I grandi musei come la National Gallery non ricorrono a organizzatori esterni, metodo tipicamente italiano a causa della carenza degli organici. Quando invece è possibile, l’istituzione preferisce garantire la qualità facendo leva su forze interne».

Premessa indispensabile per il raggiungimento dei finanziamenti è il sostegno economico del Comune di Verona che ha sostenuto la ricerca di partner istituzionali. La Fondazione Cariverona ha contribuito con il finanziamento ordinario che accorda per la cultura ai comuni del suo territorio; la Banca Popolare di Verona ha contribuito al restauro della grande “Cena in casa di Levi”, e Cattolica Assicurazioni si è occupata di oneri assicurativi. I Musei hanno bandito una gara d’appalto per i servizi di comunicazione da garantire in mostra vinta da Electa Mondadori: catalogo, bookshop, biglietteria, promozione e ufficio stampa, organizzazione delle serate e visite guidate. Electa tratterrà il 24% dei ricavi della mostra. L’esposizione gode del patrocinio del Presidente della Repubblica e usufruisce della garanzia di Stato, come già la mostra del “Settecento a Verona” del 2012. Il rapporto artista-città ha giocato a favore nella ricerca degli sponsor locali: Falconeri, Allegrini, Fedrigoni, Riello, Veronesi-Aia oltre ad alcuni studi di professionisti, che «sono intervenuti perché il nome di veronese tocca loro il cuore».

L’evento-mostra è una macchina con meccanismi complessi: «è un prodotto visivo, uno spettacolo effimero in cui nulla deve essere lasciato al caso». Se un tempo gli storici dell’arte si preoccupavano soltanto dell’aspetto scientifico, la figura di erudito di oggi deve tener conto della comunicazione e «di quella concezione olistica che consente di presentare e condividere i contenuti».

 

Laura Bertoni

 

 

 

 

 

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