10 Domande a Francesco Barocco

Lo scorso 25 settembre l’artista Francesco Barocco ha tenuto il workshop “Underdrawing” con la classe del Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali presso la Business School de Il Sole 24 Ore. Durante la giornata Barocco ha proposto a ciascun partecipante di riprodurre, attraverso l’antica tecnica della quadrettatura e con l’ausilio di una semplice matita, due disegni di Giulio Romano e di Antonio da Pordenone. La seconda e differita fase del progetto porterà alla produzione di un’opera a seguito dell’intervento dell’artista, tramite il mezzo fotografico, sui disegni della classe. Il workshop rientra nel progetto promosso dalla Fondazione Ermanno Casoli nata da Elica, leader nel settore della produzione di cappe da cucina. La Fondazione si pone l’obiettivo di portare l’arte contemporanea nel mondo aziendale come strumento di formazione e miglioramento delle eccellenze operative.

 

Perché ha preferito la quadrettatura piuttosto che farci disegnare a mano libera?

Mi è sembrato il modo migliore per far avvicinare al disegno delle persone totalmente prive di qualsiasi accenno di formazione pratica nel campo. Era determinante per me anche il senso di sfida sottesa all’idea di riprodurre un disegno del Cinquecento, evitando lo spontaneismo e cercando di mettervi nelle condizioni più difficili. Infine cercavo un espediente per potervi raccontare cosa è un segno e un chiaroscuro.

Si aspettava qualcosa di specifico dal workshop?

Il mio obiettivo personale di artista era riuscire a far capire che non si trattava di una lezione di disegno e che il rapporto stesso con me era parte integrante del lavoro. Avevo anche dei timori perché non è affatto scontato che le persone abbiano la volontà di impegnarsi in questo tipo di attività, non è un gioco anche se può sembrarlo.

Si pensa sempre all’artista che lavora in solitudine. Com’è l’esperienza di produrre un’opera mentre si è in rapporto con altre persone?

Non è semplice. Io sono molto schematico e disciplinato, tutti i giorni alle otto del mattino sono già in studio. La differenza risiede nella possibilità di avere uno scambio che non sia il rapporto insegnante/allievo. É come se lavorare col gruppo fosse un’unica opera performativa ma anche una cosa che sta al confine, una sorta di scivolamento semantico che fa parte allo stesso tempo del mio processo creativo.

Quando ha scelto di fare l’artista?

Non lo so dire. Per quel che mi riguarda ho sempre avuto questa inclinazione al disegno. É stato un percorso graduale, un processo piuttosto standard: prima il liceo artistico poi l’accademia e più andavo avanti più capivo che era questa la mia strada. Quando progetto un’opera sento che i pianeti si allineano: mi sento realizzato.

Quando si è accorto che poteva vivere della sua arte?

Se non vendi un’opera non te ne puoi mai accorgere. Fare l’artista vuol dire anche stare dentro a un sistema che è fatto da galleristi, dai musei e anche dai collezionisti che sono un importante addentellato di  questo ingranaggio. Quindi avere un riscontro da parte di un collezionista che ha bellissime opere vuol dire che il tuo lavoro sta andando bene. Detto questo non bisogna appiattirsi sulla logica che il lavoro è interessante solo se viene venduto. Potrebbe anche essere il contrario, per questo ci sono le gallerie che ti supportano. Louise Bourgeois che è una grande artista ha venduto il suo primo lavoro a cinquant’anni.

Come è iniziata la collaborazione con la Fondazione Ermanno Casoli?

Ho vinto un premio indetto dalla Fondazione. Dopo il premio, Marcello Smarrelli che si occupa delle scelte curatoriali di questa istituzione, mi ha proposto di realizzare un progetto con i dipendenti di Elica, l’azienda da cui è nata la Fondazione.

In cosa consisteva questo progetto?

Si trattava di un progetto molto diverso da questo workshop, molto più complesso poiché prevedeva due mostre. Nella prima si esponevano miei lavori e nell’altra incisioni originali con tecniche che vanno dal Quattrocento ai nostri giorni che ho acquistato con parte del premio. Così è nata una collezione ora di proprietà dei dipendenti di Elica e che spazia da Dürer, a Manet, ai Piranesi.

Come è andata a suo parere questa esperienza con la classe del Master?

Sono rimasto abbastanza contento che abbiate subito creato una bella energia nell’aula ed empatia col progetto. Mi sembra anche che ci sia un certo grado di maturità perché affrontare un disegno se non lo si è mai fatto comporta un mettersi a nudo. Per fare questo bisogna essere molto intelligenti, altrimenti si ha paura di mostrare le proprie debolezze.

Ha altri workshop in programma?

Non lo so. Quando mi è stato chiesto di fare questo workshop non avevo un progetto in mente. Bisogna ogni volta trovare una modalità che mi rappresenti e che sia funzionale alle necessità della Fondazione. Non è sufficiente che dica “faccio una lezione sull’incisione”. Il progetto mi deve somigliare.

“Si, siamo sul punto di lanciarci in un’avventura, in un paese inesplorato, che è la più grande del mondo” è una frase di Giacometti a proposito dell’inizio di un suo nuovo ritratto. Ci si sente così ogni volta che si inizia un’opera?

Si. Parlo solo per me ovviamente, ma si, sicuramente.

 

 

Irene Sasso

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