IL POTERE VIVIFICANTE DELL’ARTE: IL BORGO LIGURE DI BUSSANA VECCHIA

 

Su una collina rocciosa, a pochi chilometri dalla città di Sanremo e non lontana dall’irrealtà, in un’atmosfera pregna di un odore misto di umidità e polvere di brace, sorge Bussana Vecchia, antico borgo abitato da fantasmi del passato e forme artistiche del presente. Prima che il terremoto del 23 febbraio 1887 la riducesse in macerie, il paese godeva di tranquillità e di una certo benessere economico grazie all’attività agricola e di commercio.

L’attenzione nei riguardi dell’arte sembra appartenere a questo luogo: nel 1050 sorge il primitivo castello, nel 1259 viene edificata la prima chiesa che nel 1652  subisce la radicale trasformazione stilistica dal romanico al barocco. Dal 1887 inizia il vero destino del borgo: dopo il violento terremoto la città rimane disabitata fino agli anni sessanta del novecento quando, nel 1959, al ceramista e pittore torinese Mario Giani chiamato Clizia, visitando il borgo disabitato sorge l’idea di restituire la vita a quel luogo vuoto fondando una comunità internazionale di artisti, dotandola anche di uno statuto al fine di regolare i rapporti tra i membri. Presto il piccolo borgo fantasma riprende a vivere attraverso rassegne, mostre e iniziative artistiche. Tutto questo solo con l’aiuto della luce del sole durante il giorno e di candele nella notte, poiché l’abitato viene collegato alla rete elettrica di Sanremo solo nel 1978. Da questo momento, grazie al miglioramento delle condizioni di vita, aumenta l’afflusso di artisti provenienti da molte parti d’Europa che, occupando i pian terreni degli edifici, danno vita ai loro laboratori e ateliers. Nella primavera del 1980 viene costituita la NCIA, la Nuova Comunità Internazionale Artisti, espediente ideologico finalizzato a regolare le attività artistiche senza dimenticare i princìpi che avevano ispirato la comunità originaria: questo induce il comune di Sanremo, nel 1983, a indire un concorso internazionale finalizzato ad un progetto globale di ristrutturazione del centro storico di Bussana Vecchia, soprattutto a fronte delle difficoltà pratiche che gli artisti si trovavano costretti ad affrontare in un luogo totalmente privo di servizi. Con questo contributo il borgo si anima con la presenza di artisti in un clima di crescente internazionalità. Tale ritmo accompagna la realtà di Bussana Vecchia fino agli anni ‘90, decennio di speculazioni edilizie da parte di imprenditori che intravedono le potenzialità immobiliari per scopi turistici: Bussana non esisteva più, non c’erano regole a sua difesa e la vocazione artistica ha così risentito di una febbricitante decadenza.

Le informazioni più preziose si apprendono da uno dei primi artisti giunti qui, il torinese Franco Brunatto, che, conquistato dalla magia silente del borgo, decide di fermarsi dalla fine degli anni sessanta, e, nonostante la rapida decadenza di cui la città è ora vittima, continua a considerarla casa. L’artista inizia la sua carriera a dodici anni esplorando la pittura figurativa, visitando l’astrattismo geometrico e sperimentando l’informale, tutte tecniche mai abbandonate: «non mi piace ripetermi, la sperimentazione è alla base della mia arte», sostiene l’artista durante la visita al laboratorio che si affaccia sulle colline dell’entroterra. Nel 1966 la prima personale ad Ascona in Svizzera, nel 1969 avrà la seconda personale a Düsseldorf grazie all’interesse che Joseph Beuys dimostra per la sua arte. Nel decennio successivo conosce mercanti che gli commissionano opere, galleristi che gli dedicano spazio e Brunatto aprirà la sua galleria personale a Biella, lo “Studio Franco Brunatto”. Dal 2012 partecipa alla fiera ArteGenova: una pittura dal severo sguardo internazionale, quindi. Eppure, le sue opere monocromatiche parlano attraverso una materia che sembra fare eco alle macerie di Bussana. I prezzi delle opere di Brunatto oscillano vertiginosamente tra i 20 euro per studi in acrilico di piccole dimensioni, che danno l’impressione di essere fatte appositamente per essere vendute come “souvenir di Bussana Vecchia”, e tele che arrivano fino a 6.000 euro: «il prezzo è determinato dal tempo che impiego a dar vita ad un’opera, le dimensioni, la tecnica e il soggetto non sono affatto determinanti per attribuire un prezzo alle opere che creo». Un artista fuori dal mondo reale che crea opere fuori dalle logiche di mercato, ma che di esso, partecipando attivamente a fiere ed esponendo in gallerie, fanno inevitabilmente parte. Tutto questo traccia una linea coerente con il luogo in cui questi artisti hanno deciso di operare: questo dialogo è avvenuto, poco complice il tempo a disposizione per la visita, con un solo artista, ma considerando il clima sospeso e la stessa aria che si respira ad ogni passo, non penso che le risposte sarebbero state diverse: il colore che esce dagli atelier e il soffio vitale del silenzio, fanno dell’arte la salvezza di un luogo che rinasce da se stesso e che ha fatto della sua tragedia un vitale, e per questo paradossale, dato di fatto.

«Oggi abbiamo percorso il mondo in lungo e in largo, ne abbiamo svelato e raccontato i segreti. Ora bisogna impegnarsi per conservare tutto questo». Jacques Ives Cousteau

Laura Bertoni

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