10 DOMANDE A MATTEO WINKLER

Matteo Winkler è avvocato specializzato in diritto internazionale presso lo Studio Piergrossi di Milano e professore all’Università Bocconi di International Law e Diritto dell’Unione Europea.

In che modo si è avvicinato alla legislazione internazionale dei beni culturali?

Mi è sempre interessata la storia e leggendo dell’esperienza di Canova, che nel 1815 fu incaricato di recuperare le opere d’arte di proprietà dello Stato della Chiesa trafugate da Napoleone, è scaturita l’idea di approfondire l’aspetto della legislazione internazionale.

Qual è lo stato della normativa italiana? Che cosa manca nel codice dei beni culturali del 2004 per quanto riguarda la circolazione internazionale delle opere d’arte?

Il problema vero è che lo Stato non può controllare ciò che avviene al di fuori del proprio territorio quindi una normativa come quella italiana, che ha un’origine molto antica e che riguarda la restrizione alle esportazioni, è chiaramente di difficile applicazione in un paese come il nostro dove c’è un grandissimo patrimonio artistico. Dovremmo applicare molto bene la normativa e da un punto di vista internazionalistico dovremmo sviluppare una prassi di assistenza museale all’estero. I problemi sono come sempre i tagli di bilancio, perché il nostro Ministero è tra quelli più bistrattati in questo senso. Bisogna essere consapevoli delle nostre forze culturali e cercare di farle valere.

Il codice è troppo legato alle finalità di conservazione e tutela o si è aperto ai temi della valorizzazione e della gestione?

La valorizzazione è anche circolazione e necessita di uno stimolo da parte della politica e di una maggiore attenzione. I tanti privati che sono proprietari di monumenti e opere d’arte, dovrebbero essere stimolati a valorizzare questi patrimoni, non nascondendoli per paura della notifica. Piuttosto che legare queste opere al territorio nazionale, sarebbe meglio favorire, se non l’esportazione, almeno delle intese con altri Stati e musei internazionali in modo da rendere il mercato più frizzante e far girare “ricchezza culturale”.

Le procedure giuridiche previste dal codice sull’esportazione in che cosa contrastano con le normative comunitarie, come la libera circolazione delle merci?

Il problema è che il patrimonio culturale ha sempre una doppia dimensione: una dimensione globale perché arricchisce l’umanità e una dimensione nazionale perché fa parte del patrimonio di un paese. La libera circolazione internazionale mette in rapporto queste due dimensioni che contrastano tra di loro. Il divieto di esportazione ha una sua ratio perché deriva da un’istanza di preservazione assolutamente legittima dal punto di vista giuridico e politico. Ciò non toglie che la libera circolazione sia un valore, per cui piuttosto che impedire assolutamente l’esportazione, si dovrebbero favorire intese fra enti volte a far circolare le opere.

Come influisce la legislazione sul mercato dell’arte?

Lo sviluppo del mercato dell’arte in Italia è molto penalizzato dalla notifica e dalle conseguenti restrizioni sulla circolazione che impediscono di vendere le opere all’estero con una sensibile diminuzione delle possibilità di realizzo. Ciò vale per l’antiquariato ma anche per l’arte moderna e del dopoguerra.

Che cosa pensa dell’introduzione delle soglie di valore per l’esportazione?

Nella fase della notifica se lo Stato decide di esercitare la prelazione compra l’opera per il prezzo dichiarato; quindi il prezzo deve essere veritiero altrimenti chi esporta rischia di vedersi acquistata l’opera ad un valore più basso di quello reale. È comunque difficile quantificare l’opera e decidere chi ne stabilisce il prezzo. Chiaramente se in un paese come il nostro, malato di burocrazia, si aggiunge un altro orpello per cui il prezzo deve essere definito attraverso una serie di procedure, a questo punto la libera circolazione, che deve essere traffico immediato, potrebbe risentirne ancora di più.

Quanta esportazione illegale c’è oggi in Italia?

Non ho dati precisi rispetto all’illegalità ma sicuramente c’è ancora un mercato molto florido di esportazioni illecite e di furti anche da musei. Le convenzioni che esistono oggi per limitare i traffici illegali di opere d’arte sono carenti. Agli Stati più che una continua imposizione di obblighi serve uno spirito rinnovato di cooperazione.

Come sono nate le convenzioni internazionali in materia di protezione e di restituzione di beni culturali illecitamente esportati?

Le convenzioni internazionali sono state stipulate, in seguito alle devastazioni belliche, al fine di superare i contrasti derivanti dalle diverse legislazioni nazionali, in particolare le differenze tra civil law e common law.

Che cosa stabiliscono?

Dopo la Convenzione dell’Aja del 1954, nata per salvaguardare i beni culturali in periodo di guerra, la Convenzione dell’Unesco del 1970 ha introdotto misure per vietare importazione, esportazione e trasferimento illecito di beni culturali, tentando un compromesso tra Stati “esportatori” e Stati “importatori”. La Convenzione dell’Unidroit del 1995 ha poi disciplinato le azioni di rimpatrio e recupero di opere rubate o illecitamente esportate; ha dei pregi maggiori rispetto a quella del 1970 che avrebbe potuto essere molto più propulsiva, evitando di perdere venticinque anni di protezione.

Qual è la posizione dell’Italia?

L’Italia ha aderito alle convenzioni e ha quindi accettato di derogare alla propria legislazione per applicare i criteri condivisi. Non ci sono però stati ancora abbastanza casi per valutare il comportamento del nostro paese in ambito internazionale.

 

Maria Carla Ramazzini Calciolari

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