10 DOMANDE A GIUSEPPE CALABI

 

calabi

Giuseppe Calabi è senior partner dello Studio Legale CBM di Milano. Da oltre vent’anni svolge la professione di avvocato e, tra i tanti ambiti giuridici in cui opera, si occupa anche di diritto dell’arte. Lo abbiamo intervistato sulle principali normative che regolano il mercato dell’arte e dei beni culturali.

 

Diritto e Arte: qual è la motivazione che spinge un giurista a occuparsi di legislazione dell’arte?

Come in molte situazioni della vita il caso è stato il principale fattore; circa vent’anni fa ho iniziato a prestare consulenza legale a una casa d’aste internazionale presso la quale mi sono appassionato alle tematiche relative al diritto dell’arte. È stato un interessamento a 360 gradi, non una scelta decisa a tavolino.

Lo Studio CBM&Partners è il leader nel mercato per ciò che riguarda le tematiche in oggetto, sono molti i suoi competitors nel settore?

No, soprattutto in Italia ci sono pochi studi che si occupano di legislazione delle opere d’arte. Anche all’estero si contano sulle dita di una mano.

Il mercato dell’arte è conosciuto per essere poco trasparente; in un settore che presenta questa caratteristica, che ruolo svolgono le normative in materia?

Proprio perché si tratta di un settore opaco c’è bisogno di regole, forse più che in altri settori. Un mercato si può sviluppare solo con regole nitide, in cui gli operatori economici conoscono quali sono i propri diritti e obblighi.

Quindi nell’ottica del raggiungimento di tale consapevolezza, ritiene che siano necessari interventi da parte del legislatore nazionale di integrazione della normativa regolatrice del settore?

Esatto, l’ordinamento nazionale presenta molte lacune e rigidità; lo Stato italiano si caratterizza per un approccio molto pervasivo e poco selettivo nei confronti del mercato.

Si riferisce all’azione di tutela?

Sì, le Sovrintendenze hanno poche risorse e spesso nell’ottica della tutela del patrimonio culturale si preferisce vincolare le opere, facendone inevitabilmente ridurre il valore. Insomma, nell’ottica dello sviluppo di mercato, sarebbe auspicabile porre maggiore attenzione alla funzione di valorizzazione.

Ma ci sono dei punti di forza del nostro ordinamento nazionale in materia?

Certo. L’organizzazione del sistema italiano dal punto amministrativo avrebbe grandi potenzialità; sarebbe però necessario destinare maggiori risorse ai diversi livelli di governo e alleggerire in modo significativo la burocrazia.

Il Ministro dei Beni e delle Attività culturali Dario Franceschini sta facendo molto parlare del sistema dell’arte per via del decreto legge n. 83 del 2014 meglio conosciuto come “Art Bonus”; da esperto di diritto dell’arte, ritiene che si stia delineando una visione innovativa del settore?

Il decreto in oggetto introduce delle innovazioni rilavanti a livello di principio; nel concreto ci si è un po’ limitati, soprattutto per quello che riguarda il sostegno del mecenatismo privato e in generale del collezionismo.

Un altro principale attore che opera nel mercato dell’arte è rappresentato dai soggetti non profit; a suo parere, quale importanza rivestono? E in che termini?

L’importanza di alcuni soggetti giuridici che operano senza scopo di lucro è fondamentale; tra questi, le fondazioni svolgono un’azione strategica: rilasciano le autentiche delle opere, operazione in grado di aumentare significativamente il valore delle stesse. In questo ambito il controllo dello Stato è penetrante. A mio parere la regolamentazione pubblica dovrebbe essere limitata; è chiaro che le fondazioni virtuose sono quelle che emergono.

Lei si occupa anche del diritto del web e dell’e-commerce; ultimamente si stanno sviluppando piattaforme on-line di vendita di opere d’arte. Qual è lo scenario che si sta delineando nel rapporto web/arte?

Sicuramente il web rappresenta uno scenario molto interessante. In questo caso il legislatore italiano deve intervenire nell’ottica della tutela del consumatore ma in questo senso ci si è già mossi attraverso l’integrazione del Codice del Consumo avvenuta a giugno. I rischi legati a questo nuovo spazio di compravendita delle opere d’arte riguardano principalmente la privacy e i pochi elementi di conoscenza della controparte.

Quale è stato il caso di cui si è dovuto occupare che più l’ha appassionata?

Mi sono sentito molto coinvolto da un caso di contenzioso tuttora pendente; l’opera in oggetto è un dipinto giovanile attribuito a Salvador Dalì che doveva essere venduto in asta presso la sede di Christie’s di Londra. L’opera purtroppo è stata bloccata dallo Stato italiano in quanto si è ritenuto che la stessa fosse stata realizzata dall’artista ispirandosi al movimento artistico italiano dei Valori plastici.

La proprietaria dell’opera in oggetto aveva poi negoziato con la Fondazione Dalì l’acquisto del dipinto, a patto che venisse esposto presso la sede in Catalogna. Purtroppo il legislatore italiano ha ritenuto che l’interesse pubblico nazionale fosse comunque prevalente e non ha ritenuto opportuno giustificarne l’esportazione.

Un ulteriore esempio della visione manichea e perentoria tipica dell’ordinamento italiano in ambito di esportazioni di opere d’arte.

 

Chiara Fassin

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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