10 DOMANDE A MARIACRISTINA RAGAZZONI

Mariacristina Ragazzoni è Art Advisor presso Banca Aletti, a capo di un servizio ormai più che decennale che si occupa della consulenza in termini di valutazione, gestione e valorizzazione delle collezioni di arte dei clienti private, o della loro trasmissione, vendita o acquisizione. Con lei abbiamo approfondito alcuni aspetti del lavoro dell’Art Advisor e del contesto in cui opera.

Come è diventata Art Advisor?

Ognuno può diventare Art Advisor con percorsi assolutamente personali. Io provengo da un settore esterno al mercato dell’arte, e sono entrata in Banca Aletti nel 2001 in coincidenza con la sua acquisizione da parte del gruppo Banco Popolare. In seguito a questa operazione si è delineato un nuovo modello organizzativo che includeva servizi su tutto il patrimonio, anche immobiliare e artistico. Inizialmente ci siamo rivolti ad una società esterna, Artfin, ma poi ci siamo affrancati: ferma restando l’esigenza di un’architettura aperta, sentivamo il bisogno di monitorare internamente il grado di soddisfazione dei clienti e i risultati che la nostra consulenza avrebbe avuto sul loro patrimonio. Questo ha anche un’importanza riflessa sul grado di fidelizzazione del cliente.

Quali sono le competenze chiave nel suo lavoro?

Per me è assolutamente indispensabile l’indipendenza: noi lavoriamo gratuitamente, e questo ci consente un approccio estremamente libero e autonomo, privo di qualunque interesse personale. L’Art Advisor deve anche essere umile, sapere che non è un tuttologo e quindi servirsi di un insieme di controparti che siano le migliori del mercato in quel momento. E secondo me non deve avere eccessivi contatti con galleristi o dealer che potrebbero in qualche modo influenzarlo: deve essere molto trasparente e fare esclusivamente l’interesse del cliente.

Come si distingue Banca Aletti dalla concorrenza degli altri grandi player?

La cosa più caratteristica è che noi non imponiamo soglie di ingresso. È vero che un nostro cliente entra nel private con un patrimonio di almeno un milione di euro, ma non abbiamo mai pensato di riservare il servizio solo a chi possiede soglie ancora superiori. Oltre a questo conta il numero di persone che noi mettiamo a disposizione dei nostri clienti, che è stato per un certo periodo persino superiore a quello di banche con dieci volte i nostri clienti.

Quale è la vostra principale tipologia di clientela?

Il cliente tipo appartiene a una fascia di età tra i sessantacinque e i settantacinque anni, e quindi è interessato a un’arte più consolidata. Sono meno comuni gli industriali di quaranta o cinquanta anni, che magari hanno ereditato la loro ricchezza dalla famiglia, e che solitamente sono più aperti nei confronti dell’arte contemporanea. Uomini e donne in eguale misura.

Negli ultimi anni ha assistito a cambiamenti nella clientela?

Io credo che la crisi economica abbia portato a una maggiore consapevolezza di come si spendono i soldi: in questi anni ho assistito a una crescita del cliente in questo senso, all’assunzione di un livello di attenzione che non riscontravo nel passato.

Quali sono le maggiori criticità che lei vede nel sistema italiano?

Siamo piccoli. Il sistema del mercato dell’arte italiano è minuscolo: le case d’asta internazionali si sono definitivamente spostate dall’Italia, eravamo già marginali e lo siamo diventati ancora di più. Non siamo più un mercato di attrazione. Oltre a questo, i nostri dealer lavorano spesso in nero: mentre gli acquisti all’estero sono quasi sempre corredati da documentazione giustificativa e fatture, in Italia viceversa esiste una grande opacità. Inoltre, soprattutto negli anni passati, è mancato sicuramente un approccio più professionale nel mercato, e questo lo stiamo scontando oggi.

E i punti di forza?

Non è il nostro mercato dell’arte che ha dei plus, ma è la ricchezza di arte diffusa: noi viviamo immersi nell’arte e questo ci permette di vedere quotidianamente delle cose molto valide, di capire ciò che è bello, di educare il nostro occhio. Per un certo periodo abbiamo anche avuto lo studio della storia dell’arte: non si può comprare il moderno o il contemporaneo se non si conosce quale è il percorso che ha portato a quello. Il sistema scolastico italiano da un certo punto di vista qualcosa ha sicuramente fatto.

Che potenzialità vede nel mercato italiano?

Poche. Poche perché lo spostamento di baricentro di cui abbiamo parlato è sempre più pesante. Non solo: gli europei e gli occidentali in genere sono ancora alla pari dei paesi emergenti, ma i nuovi ricchi di questi paesi stanno affrontando il mercato in modo aggressivo e con gusti e approcci differenti. Questo ci renderà sempre più marginali e sempre più di nicchia.

Tuttavia l’arte italiana continua a riscuotere successo internazionale…

Si, ma io temo che prima o poi ne uscirà tanta, anche perché il tipo di protezione che noi abbiamo per l’arte è poco lungimirante: vincoliamo tutto ma non proteggiamo nulla. Forse adesso si faranno dei passi avanti, ad esempio con l’Art Bonus, che permette ai donatori nel campo artistico di vedere riconosciuti i propri contributi come detrazioni. Io spero che prima o poi qualcosa possa cambiare.

Un consiglio per chi vorrebbe investire in arte?

Io consiglio di seguire la propria sensibilità sempre e comunque. Prendere qualcosa perché piace e possibilmente documentarsi, anche se si tratta di arte contemporanea: frequentare l’artista, capire cosa esprime, così da valutare se il suo discorso regge e se rimarrà sostenibile nel tempo. L’opera che dura nel tempo ha un messaggio che resta universale anche con il passare degli anni.

Michele Gnecchi

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