ROBERT OVERBY @ GAMeC: UNA CONVERSAZIONE CON ALESSANDRO RABOTTINI

Bergamo. Resterà alla GAMeC fino al 27 Luglio la mostra “ROBERT OVERBY – OPERE 1969-1987”, la prima retrospettiva italiana dedicata all’artista americano (1935-1993), realizzata in collaborazione con il Centre d’Art Contemporain di Ginevra, la Bergen Kunsthall in Norvegia e Le Consortium di Digione. Centrale in molte opere in mostra è il tema della pelle e della superficie, come luoghi capaci di trattenere i segni del trascorrere del tempo e del decadimento: una tematica esplorata attraverso una pluralità di stili e di mezzi espressivi, che rendono l’artista estremamente contemporaneo ma che ne hanno anche reso difficile la comprensione e dunque il successo in vita. Con il curatore, Alessandro Rabottini, abbiamo cercato di capire in che modo il pubblico odierno, soprattutto italiano, sia divenuto più aperto a ricerche eclettiche come quella di Overby.

Che cosa comunica questa mostra?

La mostra è nata dal fatto che mi sembrava interessante mostrare il lavoro di un artista poco conosciuto, la cui opera non solo rimette in discussione alcuni parametri della nostra lettura dell’arte americana tra gli anni sessanta e ottanta, ma presenta anche dei forti elementi di attualità. Overby ha esplorato la modalità in cui il tempo si manifesta nei materiali, e oggi, proprio in opposizione al mondo di immagini immateriali che ci circonda, negli artisti più giovani sta tornando un interesse verso la materialità delle cose, verso la loro tattilità e organicità. Così come è attuale il suo attraversare molti stili diversi. La sua ricerca, secondo me, andava oggi riconsiderata.

Nell’organizzazione della mostra, aveva in mente un segmento di pubblico particolare a cui rivolgersi?

Bisogna chiarire che cosa si intende per “pubblico”: noi siamo tutti pubblico. Oggi siamo abituati a ragionare sulla specificità del target, ma secondo me questo è in parte un falso problema, perché l’arte è un momento di libertà e di riflessione cui ciascuno si relaziona in modo personale. Per me non esiste un pubblico ideale. Tuttavia, spero che la mostra sia vista da molti artisti giovani all’inizio della loro carriera: oggi si guarda molto all’idea del successo, e sarebbe un insegnamento di vita importante vedere quello che Robert Overby ha potuto fare, in termini di creatività, pur lavorando ai margini del sistema dell’arte.

Che cosa ha reso difficile il successo di Overby? Il suo eclettismo e la sua multimedialità? Oggi è un approccio più accettato?

Non è solamente un discorso di multimedialità: il fatto è che per gran parte del Novecento lo stile di un artista aveva sempre una connotazione precisa, non dico ideologica ma comunque legata a qualcosa che non era solamente formale. Soprattutto durante gli anni in cui ha lavorato Overby, sussisteva un’idea quasi ortodossa dello stile, ed è il motivo per cui, per esempio, il suo fare contemporaneamente una scultura post-minimalista e pittura figurativa non veniva accettato. La stessa figurazione era considerata eresia. Oggi non è più così: oggi noi stessi siamo molto più eclettici, più trasversali. Per noi, fondamentalmente, non ci sono eresie in arte. Oggi il sistema è globale e questo permette a noi e agli artisti di approcciare e attraversare orizzontalmente tante tradizioni culturali diverse.

Questa mostra si rivolge a un pubblico non solo italiano. C’è stata – o si aspetta – una ricezione diversa da parte del pubblico internazionale?

Il pubblico italiano di arte contemporanea è più ristretto rispetto ad altri paesi, ma è spesso molto più aperto, ha una visione più internazionale. Poi ci sono comunque le tradizioni culturali locali: in Italia possiamo leggere maggiormente il legame di Overby con l’informale, mentre in un altro paese, come ad esempio la Francia, potrebbe essere percepito di più il legame con la Pop Art. Ma queste sono sfumature legate alla nostra tradizione visiva. Parlando più in generale, rispetto ad altri paesi risentiamo della presenza più forte di una tradizione antica: ma qui entriamo nel discorso della relativa giovinezza delle istituzioni italiane di arte contemporanea. La GAMeC è un’istituzione che ha avuto più di dieci anni per fare il suo lavoro, e quindi il suo pubblico in questi dieci anni è cresciuto, ha visto tante cose diverse, è diventato più pronto.

La mostra si avvicina alla sua conclusione. Se la sente di esprimere un giudizio sul suo successo?

Io sono contento perché la mostra sta andando molto bene e tutte le persone che la vedono escono colpite, dicono che è una mostra molto emozionante, intima e forte. È una mostra che doveva anche ricontestualizzare il lavoro di Overby nella nostra conoscenza dell’arte di quegli anni, e da questo punto di vista secondo me ha funzionato molto bene. Parlando di successo, io confido nel fatto che il lavoro delle istituzioni culturali vada valutato nel tempo: io amo molto l’idea di Giacinto Di Pietrantonio, direttore della GAMeC, secondo cui il museo è come una scuola, e in quanto tale il suo lavoro andrebbe valutato lungo tutto il corso della vita di una persona. Collaborando con la GAMeC dal 2001, ho testato quotidianamente la creazione di un pubblico, osservando come le persone si rapportavano a certe cose e come poi negli anni abbiano sviluppato una visione più aperta. Penso che in questo senso il pubblico vada inteso come una comunità, poiché una comunità si basa sulla condivisione di alcuni valori e costruisce nel tempo discorsi comuni.

Michele Gnecchi

 

immagine di copertina: Robert Overby, “Computer Whiz” 1987 (dettaglio), Gary Snyder Fine Art, New York, Courtesy Fredericks & Freiser, New York

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...