10 Domande ad Alessandra Pioselli

Alessandra Pioselli

Alessandra Pioselli è critica d’arte, curatrice e direttrice dell’accademia di Belle Arti “Carrara”di Bergamo. Collabora con “Artforum” e si occupa di arte pubblica.
Quali sono le sfide che un’accademia deve affrontare nella formazione di giovani artisti?

Credo che un’accademia, come qualsiasi altro istituto di formazione, debba fare una cosa innanzitutto: sviluppare negli studenti un’attitudine mentale alla sperimentazione. Renderli consapevoli di quello che sono al di là degli strumenti e delle tecniche. Non tanto formare artisti, ma persone che abbiano qualcosa da dire e fornire loro consapevolezza e strumenti per farlo.

Quali sono i cambiamenti che andrebbero apportati in un’istituzione come l’accademia?

Devo dire che io parlo da una posizione privilegiata. L’accademia di Bergamo dipende finanziariamente dal comune ed è un’istituzione piccola. Ha avuto sempre interlocutori molto disponibili nell’amministrazione pubblica ed essendo molto radicata nel territorio non ha le difficoltà di una grossa accademia nazionale. Tuttavia la riforma del comparto dell’alta formazione artistica risale alla legge 508 del 1999, che dopo quindici anni non è ancora compiuta. Se si vuol sviluppare questo comparto bisogna portare a compimento la riforma. C’è inoltre una conferenza nazionale dei direttori che stila documenti che vengono inoltrati al Ministro. Si tratta di richieste precise, ad esempio avere accesso ai finanziamenti per la ricerca e istituire il livello di dottorato.

Come concilia l’attività di direttore dell’accademia con quella di curatore?

L’accademia di Bergamo è costituita da un corpo docenti di artisti e critici che lavorano nel mondo dell’arte italiana e internazionale, così ho potuto portare la pratica curatoriale nella gestione dell’istituzione. Con i miei colleghi abbiamo sviluppato dei progetti curati che hanno anche una funzione formativa. Le due cose sono fuse e vanno oltre l’attività didattica di lezioni e laboratori, uscendo anche fisicamente dalle mura dell’accademia per confrontarsi con altre realtà.

Cosa pensa dell’annuncio del Ministro Franceschini di ridistribuire i proventi derivanti dalla vendita dei biglietti agli istituti culturali che li hanno incassati?

In linea di principio mi sembra corretto, il sapere quanto si spenda e guadagni potrebbe facilitare la gestione delle singole istituzioni anche in virtù di una maggiore trasparenza. Tuttavia bisogna adesso capire se ci possano essere delle controindicazioni.
Una misura prettamente economica come questa può bastare o è necessario un ripensamento a livello strutturale?
Sarebbe necessaria una politica culturale perché per adesso rilevo solo mancanze, tentennamenti e linee poco precise. Riguardo all’arte pubblica ad esempio l’unica legge in essere è la 717 del 1949 che ormai è antiquata e inadeguata.

Per quanto riguarda l’ arte pubblica, quali sono le tendenze oggi?

Credo che oggi sia leggibile una tensione verso la partecipazione e la coautorialità, verso pratiche che si basano su principi di collaborazione. Il problema è capire che cosa queste dinamiche producano in termini di significato, perché non si può darle per buone a priori. La partecipazione è un mezzo, non può essere scambiata per il fine della pratica artistica. Non si tratta di format ma di una sperimentazione sul campo che trova i suoi strumenti a seconda dei contesti.

Un esempio recente di arte pubblica in Italia?

“Nuovi committenti”, un programma nato in Francia che è stato portato in Italia dalla Fondazione Olivetti nel 2000 a Torino, con la curatela del gruppo di critica “a.titolo”. Il progetto affida al cittadino la committenza, ed è il cittadino a stabilire i contenuti. L’artista viene coinvolto in base all’espressione di un desiderio che parte dal basso, innescando un processo di dialogo da cui viene fuori un’opera che rappresenta la risposta a un bisogno. Partire dall’ascolto del contesto specifico è un fatto imprescindibile.

Qual è il ruolo del curatore in un progetto di arte pubblica?

La sua identità può essere molteplice. Ad esempio all’interno di “Committenti” il curatore diventa mediatore perché è colui che negozia tra aspettative ed esigenze di tutti gli attori: componenti della società civile, territoriali, artisti. Poi ci sono forme curatoriali più tradizionali di scelta dell’artista e di incoraggiamento nello sviluppo di un progetto.

Com’è iniziato il suo percorso professionale nel mondo dell’arte?

Sono laureata in Lettere, non ho studiato arte contemporanea all’università. Mi sono sempre interessata all’arte come forma sociale e quindi finiti gli studi ho lavorato nello spazio no-profit di Viafarini, poi ho iniziato a collaborare con Flash Art. Non c’è stata una strategia.

Cosa consiglierebbe a un giovane che vorrebbe diventare curatore?

Farsi un’idea sua del mondo e delle cose. Pensare a quello che ha voglia di dire. Pianificare i percorsi e stare attenti alle relazioni fa parte della professione; tuttavia parte della formazione è vedere molto, leggere molto, avere uno sguardo proprio e avere voglia di comunicarlo. Fare ciò che veramente appassiona e interessa, al di là delle strategie. Così ci si crea una propria identità.

Irene Sasso

 

 

courtesy of  moussemagazine.it

 

 

 

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