10 domande a Vincenzo De Bellis

Vincenzo De Bellis è il direttore artistico di Miart, la fiera internazionale di arte contemporanea che si tiene ogni primavera a Milano. È intervenuto al 6° Master in Economia e Management dell’Arte e del Beni Culturali  per spiegarci cosa significa dirigere una fiera di successo come Miart. Laureatosi nel 2003 presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università di Lecce, De Bellis ha lavorato per la Fondazione Prada di Milano e per la galleria GAMeC di Bergamo. Ha frequentato un primo master per curatori presso l’università La Sapienza di Roma e un secondo presso il Bard College di New York. Tornato in Italia, nel 2009 ha fondato l’associazione no-profit Peep-Hole e nel 2013 è approdato alla direzione artistica del Miart, ruolo che coprirà fino al 2015.

Quando è nata la sua passione per il lavoro di curatore?

Appena laureato, venni assunto come guardiano di una mostra presso la Fondazione Prada. Lì vidi un uomo che decideva dove mettere i quadri e ne rimasi affascinato. Era Germano Celant, uno dei più importanti curatori italiani. Non ho mai parlato con lui, nemmeno adesso, ma l’averlo visto lavorare è stato per me la molla che mi ha spinto a intraprendere questo mestiere.

Perché ha fondato lo spazio indipendente Peep-Hole?

Peep-Hole è nato da un progetto che ho sviluppato insieme a Bruna Roccasalva e Anna Daneri e in poco tempo ha raggiunto una posizione di grande prestigio e influenza nel sistema dell’arte contemporanea italiana. È uno spazio che ancora mancava nel nostro paese, svincolato dalle macrostrutture del sistema dell’arte e paragonabile a una kunsthalle.

Come funziona il sistema di fundraising di Peep-Hole?

Abbiamo chiesto agli artisti di donarci periodicamente delle opere che vengono messe in mostra e vendute. Il ricavato di questa operazione serve a organizzare tutti i nostri eventi. Il nostro budget è di 4.000 euro a mostra e la programmazione avviene con circa un anno e mezzo d’anticipo. Le posso assicurare che siamo gli unici in Italia a lavorare così: abbiamo dimostrato alle istituzioni “vecchia maniera” che si può creare un centro artistico di qualità anche spendendo poco.

Perché ha scelto proprio Milano?

A Milano ci sono tantissime gallerie attive. Se le contiamo, il loro numero supera la somma di tutte le gallerie del resto d’Italia. Non solo: Milano ha le due scuole d’arte più importanti del nostro paese, l’Accademia di Brera e la NABA. La maggior parte degli artisti che operano in Italia vivono qui. Insomma, questa città rappresenta il cuore del sistema.

Milano sente la mancanza di un centro istituzionale per l’arte contemporanea. Pensa che le cose possano cambiare?

Questa città non ha un forte senso della res publica, ci sono vari centri importanti, come la Fondazione Prada e l’Hangar Bicocca, ma non ci sarà mai un museo. Penso che non ci sia la volontà e neanche la capacità da parte delle istituzioni pubbliche, perché significherebbe scontrarsi con l’interesse di privati che qui contano tanto.

Dove si potrebbe aprire un museo di arte contemporanea in Italia?

Secondo me nelle condizioni attuali è meglio che non si apra affatto, perché non ha senso avere un museo come il Maxxi che costa cifre importanti e non funziona come dovrebbe. Forse la situazione potrebbe cambiare grazie all’Artbonus, ma non dobbiamo avere fretta.

Che cosa l’ha spinta ad accettare l’incarico di direttore artistico di Miart?

Quando sono arrivato la fiera aveva assunto una dimensione troppo locale, le gallerie da 200 erano scese a 90, delle quali solo 5 non italiane. Inizialmente pensavo che sarebbe stata un’impresa impossibile, poi a Frieze New York notai la presenza di ben quattro mostre di arte storica italiana. Pensai che fosse l’inizio di un vasto interesse internazionale e decisi di puntare su quello, anche perché Milano ha il più alto numero di gallerie che espongono moderno. Avevo ragione: nel 2013 siamo riusciti a portare in fiera 140 gallerie, e nel 2014 la cifra è salita a 148, di cui ben 65 straniere.

Come si trasforma una fiera “troppo locale” in un appuntamento internazionale?

La direzione ha un ruolo fondamentale. Ho portato un team di lavoro completamente nuovo, composto da giovani professionisti italiani e internazionali. Miart deve essere un progetto radicato nella città, però credere di fare una fiera locale in un momento in cui il prodotto dell’arte moderna italiana è apprezzatissimo all’estero sarebbe un “autogol”. Quindi, abbiamo avviato un dialogo tra l’arte storica italiana e il contemporaneo internazionale. Ma questo non basta: le fiere d’arte ragionano per esclusività, perciò abbiamo scelto in maniera selettiva i nostri partecipanti. Infine, non meno fondamentale è stato il lavoro di coordinamento nella città, con vari opening e eventi serali nella settimana della fiera.

Ha in mente progetti particolari per Expo 2015?

Miart sarà dal 9 al 12 aprile e vedrà dei piccoli cambiamenti, ma niente di sconvolgente. Credo che Expo sia un’ottima opportunità, ma non si può svuotare il calendario di una città per costringerlo in quei sei mesi di Esposizione Universale, anche perché la nostra fiera è un appuntamento stabile mentre Expo sarà a Milano solo per un anno.

Con la prossima edizione scadrà il suo incarico come direttore artistico di Miart. Lo rinnoverebbe, se ne avesse la possibilità?

Mi è stato chiesto di restare. Darò la risposta definitiva a dicembre, ma è molto probabile che non accetterò un secondo mandato. Mi piacerebbe tornare a occuparmi solo di questioni culturali e vorrei potermi concentrare sulla ridefinizione delle istituzioni italiane.

Elisa Giuliana

 

Photo courtesy of Espoarte

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