10 domande a Marina Mojana

Storica dell’arte e cronista del mercato dell’arte per Il Sole 24 ore, Marina Mojana è anche art advisor. Attraverso la sua società Eikonos Arte collabora con Intesa Sanpaolo come consulente d’arte per i clienti private.

Quando ha deciso di diventare art advisor?

Alla fine degli anni ’90 scrivevo per il Domenicale del Sole 24 ore una rubrica sui beni rifugio. Erano gli anni delle prime banche private, così mi proposi come consulente d’arte per i loro clienti. Nel 1998 appoggiandomi ad Eikonos Arte, formata da una rete di consulenti, ho iniziato a collaborare con Banco Ambrosiano, che si è fuso con Cariplo e Comitfino a diventare Intesa Sanpaolo. Nel tempo Eikonos si è rivelata vincente perché composta da operatori dell’informazione che conoscevano bene sia il settore artistico che economico.

Che tipo di accordo c’è fra Eikonos Arte e Intesa Sanpaolo?

Un contratto di consulenza annuale, rinnovabile, con clausole di esclusiva e riservatezza su opere e clienti. La banca mi paga un fisso e ha il vantaggio di fidelizzare i clienti private e acquisirne di nuovi. Per il cliente la consulenza è gratuita.

Quali sfide ha dovuto affrontare Eikonos Arte dal 1986 ad oggi? Nel 2014 rifarebbe le stesse scelte?

Quando nel 1986 è nata Eikonos Arte eravamo 12 soci. A metà degli anni ’90 ho rilevato tutte le quote e ho continuato come socia unica. Oggi rifarei la stessa scelta  ma attraverso una start up, non collocandomi più nel private banking, che è un campo molto chiuso ma puntando ad un’agenzia di servizi sia per artisti (dall’archivio all’agente) sia per collezionisti, offrendo consulenze e supporto gestionale.

Com’è cambiato il mercato dell’arte dal 1986 ad oggi?

Oggi i protagonisti del mercato dell’arte non sono più i singoli collezionisti bensì un’oligarchia di gruppi finanziari che, gestendo fondi sottoscritti da un centinaio di soggetti, detengono la forza economica. Pensiamo che al mondo ci sono solo 140 ricchi in condizione di comprare un quadro da 50 milioni di $ o nel caso del Trittico di Bacon a 142 milioni di $. Altra differenza è che 30 anni fa a determinare il mercato erano Europa e Stati Uniti mentre oggi il mercato si è spostato verso i paesi emergenti dell’Asia e dell’America latina.

Perché il mercato dell’arte contemporanea non conosce crisi?

Perché sono entrati a farne parte operatori finanziari che convertono il bene artistico in merce. Metaforicamente l’opera d’arte contemporanea è come un’azione all’interno di un mercato veloce e speculativo, mentre l’opera d’arte antica e moderna è come un’obbligazione: per comprarla serve un capitale di almeno 15.000 euro che dopo 30 anni potrà fruttare anche 150.000 euro. Chi negli anni ’70 ha comprato a 6 milioni di lire opere di pittori lombardi del 1600 (come i Procaccini, Daniele Crespi, il Cerano o il Morazzone) oggi ha un patrimonio di 200.000 euro.

Quali tipologie di clienti si rivolgono ad un art advisor?

Da una parte ci sono i clienti private con un patrimonio di oltre 500.000 euro, in genere uomini  di mezza età, liberi professionisti e imprenditori che cercano lo status symbol. Dall’altra ci sono i clienti non private, che si collocano in una fascia di reddito più bassa. La loro domanda è per lo più legata alle valutazioni di opere.

Ai fini di un buon investimento che cosa consiglierebbe di comprare ad un collezionista?

Se il fine è monetizzare nell’arco di 6 mesi-1 anno, può comprare e rivendere opere di moda come oggi è lo spazialismo di Turi Simeti o l’Arte Optical degli anni ’60. Simeti costa 10.000-40.000 euro e fra cinque anni potrebbe valere 120.000 o anche 200.000 euro. Per un investimento a lungo termine, invece, consiglierei la pittura dell’Ottocento, scuole nazionali e regionali. Penso ai Vedutisti piemontesi, alla scuola ligure o ai pittori lombardi. Cesare Maggi che negli anni ’70 costava 4 milioni di lire oggi vale fino a 60.000 euro. Gli artisti della scuola veneta che 20 anni fa costavano un milione di lire, adesso valgono 15.000 euro e fra altri vent’anni potrebbero arrivare a 60.000 euro.

Come avviene la scoperta e la consacrazione di un artista emergente?

Quindici anni fa ho iniziato a seguire due giovani artisti, Andrea Bianconi e Roberto Coda Zabetta. Li ho aiutati nelle prime mostre e li ho introdotti ai collezionisti. Bianconi adesso vive a New York, fa performance e lavora molto col mercato americano. Coda Zabetta ha contatti con Indonesia, Francia, Regno Unito e partecipa a mostre di curatori stranieri.

È rischioso per un art advisor orientare il cliente ad investire su un artista sconosciuto?

In generale non bisognerebbe mai guardare ad un’opera d’arte come possibilità di guadagno. Si decide di investire massimo 5.000 euro per il lavoro di  un giovane artista e nel peggiore dei casi resterà in casa come oggetto di decorazione. Non si promette alcun tipo di incremento nella valutazione economica di un’opera.

In che misura il valore artistico di un’opera coincide con quello economico?

Esiste un 50% di possibilità che le opere siano vendute effettivamente per il loro valore artistico mentre l’altra metà sono sovrastimate o sottovalutate. Mi vengono in mente artisti sostenuti dalla Gagosian Gallery come Peter Doig che, a differenza di altri pittori tradizionali come lui, ha avuto la possibilità di affermarsi. Penso anche a Paolo Scheggi che ha raggiunto quota 600.000 euro all’asta da Dorotheum. Con la stessa cifra si sarebbe potuto comprare un acquerello di Klee o un disegno di Picasso. Ma qui entra in gioco il gusto personale e la propria cultura.

 

Intervista raccolta da Camilla Celona, studente del 6° Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali

Photo Courtesy of Artribune.com

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