DIALOGO CON UGO LA PIETRA

Ugo La Pietra è un artista poliedrico che, nel corso della sua lunga carriera, ha sperimentato diversi linguaggi dando vita ad immagini visionarie, a progetti utopici e a idee poetiche interessate all’analisi, e alla messa in discussione, del rapporto individuo-ambiente e delle sue molteplici implicazioni. Abbiamo incontrato l’artista nella sua abitazione milanese per discutere del suo lavoro e dei suoi ultimi progetti.

Dialogo Ugo La Pietra Gregorio Raspa

Tra il 1962 e il 1964 formula e teorizza l’ipotesi di un processo di “Sinestesia tra le arti”, un’idea che, sostanzialmente, ha messo in pratica durante tutta la sua carriera con la realizzazione di opere pittoriche, progetti, testi teorici, oggetti di design, film d’artista, azioni performative e tanto altro ancora.  Partirei da qui…

Quello della “Sinestesia tra le arti” è un discorso che allude al trasferimento di un’esperienza da una disciplina all’altra e che, da sempre, cerco di sviluppare in tutti i miei lavori. Ed è proprio per aver condotto in maniera continuativa queste esperienze di attraversamento e spostamento tra le arti che, dopo cinquanta/sessanta anni di attività, il sistema non ha ancora capito se sono un architetto, un designer, un pittore o uno scultore.

 

Il suo lavoro, specie all’inizio, prende ispirazione dal pensiero di Frederick Kiesler. Proprio come il visionario architetto di origini ucraine, che realizzò il suo progetto di Hendless House, lei ha immaginato e prodotto un oggetto/strumento che, a mio parere, all’interno della sua produzione occupa, per ciò che rappresenta, un posto centrale: il Commutatore. Me ne vuole parlare?

Il Commutatore è un lavoro che ho realizzato nella seconda metà degli anni Sessanta dopo aver condiviso la ricerca portata avanti nello stesso periodo da gruppi di pittori segnici come La Lepre Lunare e Il Cenobio. In quegli anni sono approdato a tutta una serie di esperienze pittoriche che, come ha suggerito Dorfles, indicavano nel mio segno “randomico” un elemento in grado di rompere – o comunque di compromettere – le strutture organizzate del sistema. Ed è proprio nel tentativo di rompere gli schemi che è possibile rintracciare la base teorica di quel “sistema disequilibrante” di cui il Commutatore è sintesi. Si tratta di uno strumento in grado di consentire all’individuo di superare le definizioni acquisite e mettere in discussione le strutture consolidate e irrigidite dal sistema. L’invito a guardare la realtà da un’angolazione diversa – formulato appunto per mezzo del Commutatore – era il tentativo di indicare ad un’intera generazione – la mia – le possibilità alternative di decodificazione di un luogo, di un ambiente e, più in generale, dei caratteri di un sistema, nella speranza di far maturare un desiderio di cambiamento.

Dialogo Ugo La Pietra Gregorio Raspa

In fondo, questo è ciò che con il suo lavoro ha fatto per tutta la vita e continua a fare anche oggi…

E’ quello che faccio continuamente, anche nelle esperienze più recenti – ancora non totalmente comprese – portate avanti nel settore dell’artigianato, e nelle aree in cui questo è più attivo, nel tentativo di superare l’atteggiamento negativo che l’industria ha nei suoi confronti e di recuperare quella “cultura del fare” ancora depositata nell’operatività artigiana.

Ritengo che il più grande merito del suo lavoro sia stato quello di realizzare e immaginare oggetti non necessariamente – o non solo – vincolati alla loro destinazione d’uso, e quindi capaci di superare quella banalità funzionale che spesso ne svilisce il valore poetico. Detto ciò, mi interessa capire cosa la spinge alla creazione di un nuovo oggetto…

In tutti questi anni ho sempre cercato di far vedere e comprendere il “perché” dei miei progetti, tentando in tal modo di spingere l’attenzione dell’osservatore al di là del mero giudizio estetico. Un oggetto, infatti, porta sempre con sé un valore, una ricerca, un modo di raccontare un problema. All’inizio degli anni Settanta, ad esempio, ho realizzato una serie di oggetti che avevano lo scopo ben preciso di riportare l’attenzione del design su quello che io chiamo il “Neoeclettismo” . Ho fatto ciò nel tentativo di recuperare la storia e la cultura materiale, due elementi fondamentali di un sistema di valori a cui, a mio parere, bisognerebbe ancora far riferimento. Molti dei miei oggetti nascono proprio dal tentativo di mettere insieme e utilizzare tutte quelle energie – spesso dimenticate – che, come provo a dimostrare, è ancora possibile utilizzare.

Gregorio Raspa

Le immagini che lei produce, in fondo, nascono sempre dalla volontà di trovare una nuova definizione dell’esistente. Penso, a tal proposito, alle sue “architetture in vaso”, microcosmi coltivati con cura e amore – proprio come un fiore o una pianta –  in cui il possibile trova nuova forma. Come nascono queste piccole città utopiche?

Nel corso degli anni Ottanta ho lavorato ai progetti di ristrutturazione dell’ Orto Botanico a Palermo e a Milano sviluppando, sulla base di quelle esperienze, le ceramiche “vasi per giardini e giardini per vasi”. Queste opere riprendono l’idea posta alla base di quei lavori arricchendola di nuovi contenuti, sia formali che teorici. Più in generale, le “Architetture in un vaso” nascono dal tentavo/desiderio di concentrarmi su un microcosmo ideale e controllabile. Se vogliamo, queste opere sono il naturale punto di arrivo di una riflessione teorica già avviata nel 1974 con il libro “Autoarchiterapia”, in cui realizzo una serie di disegni con la volontà di liberarmi dalla possibile ossessione di essere un architetto che necessariamente costruisce.

Dialogo Ugo La Pietra Gregorio Raspa

È possibile senz’altro riconoscere nel segno il minimo comune denominatore del suo lavoro. A tal proposito, ritengo che i disegni siano una delle declinazioni più interessanti di tutta la sua produzione. Mi parla di quelli esposti nella sua ultima mostra a Palazzolo sull’Oglio (Bs) ? 

In mostra sono presenti quattro diverse categorie di disegni – che corrispondono ad altrettanti capitoli nel libro che accompagna l’esposizione –  prodotti negli ultimi quarant’anni. La prima categoria di opere fa riferimento al tema della “Grande Occasione”, un film – ed un fumetto – che ho realizzato negli anni Settanta e in cui ho affrontato, in termini drammatici e ironici, lo strano rapporto che tutta la mia generazione ha vissuto con l’architettura. Le altre categorie raccontano, invece, del mio rapporto con l’ambiente urbano e delle mie esperienze di ricerca condotte nella e sulla città di Milano, il mio territorio di esplorazione, di caccia, anche se mai di possesso. Ho infatti attraversato la città, l’ho vissuta ma, in fondo, non l’ho mai posseduta. Io vengo dal meridione e ho sempre guardato ai luoghi della mia infanzia, quelli in cui ho costruito i miei ricordi, in maniera quasi aspirazionale. Ciò lo si può notare anche nei miei disegni in cui ricerco, con una pratica quasi ossessiva, la rappresentazione di un territorio – anche solo ideale – e della sua dimensione umana.

 

Gregorio Raspa

Dialogo Ugo La Pietra Gregorio Raspa

 Per tutte le immagini courtesy dell’artista

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