Un tecnologico immaginario stratificato: Trisha Baga da Peep hole

Poco più che una giovane teenager americana dai tratti asiatici – occhialoni da intellettuale, sguardo furbetto e birra alla mano – si poteva incontrare lo scorso mercoledì, 25 settembre, all’entrata di Peep hole; sembrava essere lì per caso, tra i flussi di persone che arrivavano per l’inaugurazione della nuova mostra, Gravity, la prima della stagione 2013/2014: si trattava, invece, dell’artista in persona, Trisha BagaSchermata 09-2456562 alle 22.26.33

Nata in Florida nel 1985 e cresciuta a New York, dove si è diplomata in Fine Arts presso la Cooper Union School of Art e la Milton Avery Graduate School of the Arts, nonostante l’età Trisha ha già all’attivo molte importanti esposizioni: degne di nota sono la partecipazione al PS1 del MoMa in New Pictures of Common Objects e quella al Whitney Museum of American Art in Plymouth Rock 2 nel 2012, la presenza al Kunstverein di Monaco, alla galleria Vilma Gold di Londra ed, ancora, a Cracovia, Berlino, Manchester, Philadelphia e Lione.

Per la prima volta in Italia, l’artista propone un percorso in grado di coinvolgere completamente lo spettatore stimolandone i cinque sensi, che si inserisce perfettamente all’interno della dinamica realtà culturale di Peep hole (efficacemente presentata nell’articolo di Gregorio Raspa https://martebenicult.wordpress.com/2013/07/21/modello-peep-hole/).

Non discostandosi dai suoi precedenti lavori, la Baga ha deciso di dialogare con l’ambiente circostante ponendovi delle installazioni tra loro connesse, che accompagnano passo passo sino all’ultimo video, cui fa da cornice solo qualche rado oggetto come una bottiglietta di ketchup sospesa al soffitto e non più un affollato cumulo di elementi variegati che quasi distoglievano dalla proiezione della prima sala. 20130925_194953

La scelta del titolo deriva dalle potenzialità della gravità, capace di “unire” naturalmente elementi molto diversi fra loro e di attrarre ogni corpo sulla terra: allo stesso modo la statunitense mescola differenti linguaggi espressivi e crea delle installazioni che prevedono video, audio, sculture, pitture ed oggetti quotidiani apparentemente posti sul luogo per caso ma, in realtà, pensati in funzione di un ininterrotto dialogo con i loro “simili” presenti nelle proiezioni delle sale.

La linea di demarcazione tra realtà e finzione, tra mondo naturale e mondo digitale, viene a perdersi ed è quasi impossibile cercare di individuarla: i video ritraggono la quotidianità dell’artista, rappresentano uno sguardo soggettivo sulla società americana della quale la giovane fa parte, dai bar ai centri commerciali, dalle strade alle lavanderie a gettoni. Lei stessa, insieme al suo cane, è più volte presente, così come il suo studio o la sua abitazione. Da scene banali ed insignificanti si passa a spezzoni di Sex and the City, da macro su raggianti fiori gialli a processi di creazione artistica della stessa Trisha, impegnata a dipingere tra tubetti di colori acrilici, oggetti vari e computer. 20130925_191226 20130925_191533

Dall’inquadratura dello schermo del suo mac, per esempio, si finisce quasi risucchiati in un vortice cosmico che ha per protagonisti due astronauti in pericolo – scena probabilmente desunta da un film – mentre subito dopo una sorta di volano colorato, forse più simile ad un pezzetto di carta velina svolazzante, trascina lo sguardo fino ad un’ironica ed inverosimile inquadratura che ha per protagonista Picasso intento a guardare la televisione, come fosse una persona qualunque. Da un cane ritratto di spalle si passa in un attimo, a volte vedendo addirittura il cursore del computer che si sposta sul video, a primi piani di bottiglie o di prati, sino all’ampia sala di un museo all’interno della quale dei turisti fotografano gli attributi virili di una grande statua, evidenziati da tocchi di colore sovrapposti all’immagine.

Per descrivere questo interessante ed incessante pot-pourri l’espressione più corretta è senza dubbio “poliedricità”: la sovrapposizione di più oggetti e linguaggi espressivi crea una composizione apparentemente priva di senso ma in realtà ricca di significati e rimandi a profonde riflessioni. 20130925_190528 20130925_185848

Questa complessa installazione, la cui sublimazione si scopre nel video dell’ultima sala, Other Gravity, riesce a combinare in un fitto gioco di rimandi e salti mentali, visivi, temporali ed uditivi il mondo irreale della tecnologia a quello naturale: in questa finzione, paradossalmente, l’unico modo possibile di leggere in modo oggettivo e “reale” la composizione diviene l’uso di un mezzo espressivo che è comunemente sinonimo di pura riproduzione meccanica – seppur iper-fedele – dell’universo circostante, il 3d stereoscopico.

Il gioco fra casualità ed intenzionalità porta sino alla decostruzione di quel “tutto” composto dai singoli elementi che formano i cumuli delle opere, riconducibile, nella sua varietà, al mondo intero; la narrazione frammentaria di una cultura popolare trasfigurata in un linguaggio stratificato e poetico segna, così, il passaggio dalla materia all’astrazione.

Componente artigianale – non troppo lontana dalla téchne di quell’arte teorizzata nei millenni di storia della cultura occidentale – e componente digitale si ricongiungono ed acquistano, infine, la stessa “gravità”, in un prodotto artistico che è frutto di una lucida ed intrigante analisi del complesso e sfaccettato mondo contemporaneo.

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Si segnala la partecipazione dell’artista alla mostra Speculations on Anonymous Materials, che verrà inaugurata il prossimo 29 settembre al Fridericianum di Kassel.

Una curiosità nonché una precisazione: la scarsa qualità delle immagini è dovuta puramente all’impossibilità di fotografare i video e le sale attraverso le lenti degli occhiali 3d che venivano forniti all’ingresso della mostra per poter correttamente fruire di questa tecnologia. 20130925_185518

Tutte le immagini sono di Maria Stella Di Trapani ad eccezione della prima, courtesy Jonathon Purcell Photograph

 

Maria Stella Di Trapani

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