Siria in Biennale: un caleidoscopio di culture e forme aumenta il collezionismo

Conosciuta come le Olimpiadi dell’arte, la Biennale di Venezia 2013 presenta più di 60 padiglioni: in mostra opere d’arte provenienti da tutto il mondo.

Merito del successo della presente edizione è soprattutto l’esposizione principale, ovvero il “Palazzo Enciclopedico” . Tra i Giardini e l’Arsenale è avvenuta quella che la ricercatrice Yamina Oudai, ha definito come la “materializzazione dell’eterna utopia della conoscenza umana universale e totalizzante, ovvero la vertigine del catalogare, raggruppare, inventariare e dunque dominare il mondo circostante e, al tempo stesso, il caos dei propri pensieri”.

La Biennale dispone quest’anno di otto padiglioni provenienti dai paesi del Medio Oriente – registrando la più alta affluenza di sempre – con il debutto di Kuwait e Bahrain.

Per la prima volta dallo scoppio della guerra civile in Siria, le opere degli artisti dello stato arabo sono in mostra alla Biennale di Venezia. In un tale momento di crisi, il padiglione siriano si rivolge a artisti del Mediterraneo e oltre, commissionati da Christian Maretti, stabilendo legami politici, culturali e artistici a fronte del conflitto. Sotto il titolo “Cara Amica Arte”, diciassette artisti sono riuniti nel tentativo di cristallizzare la missione pacifica dell’arte in un ambiente multiculturale che travalica i rispettivi indirizzi politici, culturali e religiosi.

Arte come alternativa alle tensioni e ai conflitti di ogni tipo.

Duccio Trombadori ha curato il padiglione siriano, situato quest’anno presso l’Isola di San Servolo. In un periodo pieno di turbolenze, lo spazio espositivo accosta alle opere dei siriani Makhowl Moffak, Al Samman Nabil ed Echtai Shaffik, opere di Giorgio De Chirico, Miro George, Giulio Durini, Dario Arcidiacono, Massimiliano Alioto, Felipe Cardena, Roberto Paolini, Concetto Pozzati, Sergio Lombardo, Camilla Ancilotto, Lucio Micheletti, Lidia Bachis e Hannu Palosuo.

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Lidia Bachis

Lo stile di ogni autore si differenzia, ma tutti sono riconducibili a quell’atmosfera di oscurità che ha offuscato la vita durante l’ultimo quinquennio. L’interesse è focalizzato sugli artworks degli artisti siriani, con gli arabeschi di Moffak Makhowl, le proiezioni di Shaffik Echtal e le tele di Nabil Al Samman, in cui descrive la natura, animali e figure umane tramite gli antichi temi mitologici della tradizione ittito-babilonese.

Nonostante il leitmotiv del Padiglione sia l’estraneità alla politica, sembra difficile pensare che in un simile momento ciò sia possibile. Gli artisti siriani stanno attirando l’attenzione del mondo dell’arte internazionale: ricercati per il loro commento visivo sul conflitto che li proietta in esilio dalla loro patria, rappresentano un perno attorno al quale sta ruotando una nuova parte del collezionismo e dell’art business internazionale.

L’attenzione sui galleristi siriani da parte della critica è un perfetto esempio di come le attuali difficoltà in Siria stiano dando una maggiore esposizione agli artisti, specialmente coloro che stanno analizzando l’effetto che il regime sta avendo sul paese.

Eppure, questa critica ed il ben conosciuto “matrimonio tra arte e rivoluzione”, è quasi inesistente nei lavori degli artisti siriani.

Fino ad ora il mercato dell’arte siriano era piuttosto regionalizzato, e la casa regnante era l’unica a svolgere una funzione di promozione presentando gli artisti alle delegazioni straniere. In qualche modo gli artisti della Siria devono il loro successo al Assad, non da ultimo per le riforme economiche che hanno permesso al mercato dell’arte di prosperare. “Come artista si potrebbe non amare il governo, ma quando Bashar è il tuo miglior cliente, è difficile separare la politica dalla personale”, dice Alia Hilal, proprietaria della galleria con sede a Beirut.

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Le quotazioni ed il price range degli artisti siriani sono in continuo rialzo.

I clienti ritengono, nella maggior parte dei casi, che gli artisti siriani saranno messi in vendita a buon mercato a causa della guerra, ma, al contrario, i prezzi stanno salendo.

Anche durante l’attuale guerra gli artisti siriani hanno compreso la potenzialità di poter vendere i loro lavori ai collezionisti dei paesi vicini, come molti colleghi iracheni contemporanei hanno fatto negli anni precedenti.

Una mostra intitolata “Arte della Siria della Resistenza”, originariamente inaugurata a Londra lo scorso anno, sarà in mostra a Copenaghen a fine mese.

Con la chiusura delle gallerie e con i loro proprietari fuga, l’unico sbocco degli artisti è stato quello di pubblicare on-line i loro lavori, in forma anonima, sulle pagine di Facebook che portano titoli come Arte e Libertà, The Syrian People Know Their Way e Comic4Syria.

Essi si sono stabiliti a Dubai, Giordania, Libano, Egitto e anche l’Europa, dove l’esilio forzato li ha introdotti ad un pubblico piuttosto ricettivo. Gli stessi galleristi operanti in Damasco, come Hisham Samawi, co-fondatore della galleria Ayyam, hanno trasferito la loro collezione a Dubai.

In questa Biennale 2013, per il padiglione siriano è di vitale importanza dimostrare che l’arte può trascendere le incertezze del mercato.

Si è così desiderato riproporre la grande collaborazione tra artisti italiani e siriani avvenuta alla Biennale 2009 e chiamata “Convergenza Mediterraneo”, organizzata per celebrare la designazione di Damasco 2008 come “la capitale della cultura araba”.

Le polemiche tuttavia fanno parte integrante della Biennale, da quando ai vertici della sua organizzazione hanno cominciato ad essere nominati curatori dalla fortissima personalità. E nonostante i buoni propositi di quest’anno, il solito rito si ripete. Il Padiglione siriano è stato così tacciato di ripetitività e poco slancio propositivo: il tema portante di “Cara amica arte” è ridondante , classico, già sdrucito da un abuso pluriennale.

L’arte siriana è ad un punto di svolta, non solo formale e concettuale, ma anche quantitativo: è in atto il suo sdoganamento nei confronti del grande pubblico, un coro di voci diverse e distanti che attende di essere ascoltato.

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