Memoria e Monumenti: intervista a Luciano Canfora

Luciano-Canfora

Fonte: anpimirano.it

Filologo classico, storico, saggista, sono questi i titoli universalmente riconosciuti a Luciano Canfora, uno dei maggiori intellettuali italiani e mondiali, tra gli ultimi esponenti di una vecchia scuola di pensiero che preferisce i contenuti, frutto del rigore e dello studio.
L’ho incontrato il sei settembre scorso, a Villa Olmo, una bella residenza neoclassica comasca, il cui giardino finisce sul limitare del lago. E proprio lì, io e il professore, ci siamo seduti per fare l’ intervista, che invero si è presto trasformata in un dialogo, come se fossi stato un suo studente. E in effetti, anche se a distanza, lo sono stato e lo sono tuttora: perché se pur non studio più la storia antica come fine, occupandomi ora di altre cose, la studio ancora come mezzo, ne cerco modelli ed errori, perché sia metodo d’indagine.

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Fonte: grandimostrecomo.it

Ryszard Kapuściński è stato un giornalista polacco che ha girato il mondo come reporter avendo sempre con se Le Storie di Erodoto, da lui considerato il primo giornalista e non il primo storico. Per scrivere del presente, il reporter polacco chiedeva aiuto alla memoria. E proprio di memoria era venuto a parlare Luciano Canfora, il sei settembre a Como, in collaborazione con l’Associazione Italia Nostra e all’interno della manifestazione culturale Parolario. Ma questo è successo dopo; prima vi era stato il nostro dialogo.

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Fonte: parolario.it

Professore, la memoria presso gli antichi ha un valore fondante: l’aedo chiede alla Musa, figlia della Memoria, di aiutarlo a ricordare il canto. In una società fortemente legata all’oralità, il ruolo della memoria è di primo ordine. Oggi, invece, la percezione della conservazione dei dati è mutata: quali sono, a suo parare, le differenze tra memoria antica e moderna?

«C’è una frase celebre di Pindaro, tramandata da Erodoto: “Un fatto muore quando nessuno più lo racconta”. E’ un’espressione che simboleggia la devozione alla memoria della cultura greca. Poi però ci sono anche momenti in cui si preferisce non ricordare, quali l’amnistia politica, durante la guerra civile di Atene, che è un’ingiunzione a non ricordare. Ed è un esercizio difficile, soprattutto in quelle drammatiche circostanze.
La nostra invece è una memoria più pigra, dovuta ad una straordinaria ricchezza di mezzi e contenitori, tale da lasciare atrofizzare questo sforzo. Nelle scuole addirittura non s’insegna più ad imparare a memoria. Io invece sono del parere di Leopardi: “Io so, quello che so a memoria”Perciò, la memoria è l’architrave di ogni nostra consapevolezza, in ogni campo».

Un metodo di esercizio del potere romano era la damnatio memoriae, ovvero la condanna alla dimenticanza dei propri nemici politici. Un sistema usato anche dai regimi sorti nel primo quarto del XX secolo. Oggi esiste ancora la damnatio memoriae?

«Certo. Più difficile realizzarla per via dei numerosi mezzi per registrare esistenti oggi. Nel caso della Grecia Antica l’operazione consisteva nel dire “l’anno 404 non esiste”, ovvero quando vi fu la tirannia dei Trenta. Oggi la damnatio memoriae è affidata ai tribunali. Io credo che sia una procedura colpevole sempre. Un esempio italiano può essere questo: indubbiamente il ventennio fascista ci ha segnati, però nessuno ha scelto di cancellarlo, anzi è uno dei periodi più studiati, forse per la grande quantità di documenti. Quando un regime termina, i documenti prima segreti diventano pubblici. Noi non abbiamo fatto questa operazione di damnatio memoriae: anzi, abbiamo acuito la consapevolezza».

Il monumento ha nella sua radice la parola memoria: a differenza della parola, esso è memoria visiva, visibile per tutti e, in teoria, può esserci per sempre.  

«Il monumento c’è da quando si mette. Mazzini ha avuto un monumento a Torino tardissimo, perché inconcepibile nella capitale dei Savoia. La cosa divertente è che quel monumento è in un punto impossibile da indicare: è all’incrocio di tre strade, ma in nessuna di esse, è in un non-luogo. Ovviamente è intenzionale».

Come è percepito il monumento oggi e cosa bisogna fare per aumentarne il senso, in una società che non ha grande attenzione per i monumenti e la memoria?

«Nel caso dei monumenti commemorativi, essi sono un campo di battaglia: chi vince mette i monumenti, e chi perde se li vede, a volte, abbattere. Sono spesso retorici, schematici, e dunque non veri. Sono indispensabili, è vero, però va detto che il monumento ha avuto anch’esso un evoluzione, e in questo l’ultimo conflitto ha insegnato molto: i monumenti che parlano, che elencano nomi, che evocano fatti, sono diventati, a margine dell’Olocausto, la forma essenziale di monumento, il memorial americano. Questo è un monumento parlante, come nella città antica, che è indispensabile, poiché educa, e andrebbe incrementato. Nella strage di Bologna lo stesso orologio è diventato un monumento. Le forme di comunicazione devono essere efficaci, non solo eloquenti».

Lo Stato Italiano dà la giusta importanza ai monumenti?

«Lo Stato Italiano è uno stato oscillante tra spinte diverse, che ogni tanto si cimentano col problema della storia. Ricordo quegli assalti un po’ barbarici ai libri di storia da parte del centro destra, sia nazionale che regionale, come nel Lazio con Storace. Questo ci deve tenere desti, perché come raccontare la storia, soprattutto quella che forma il cittadino – ovvero il manuale di storia – è una forma di conservazione della memoria importantissima».

La recente notizia del Canova in frantumi per una mostra ha riaperto il dibattito: la valorizzazione dei monumenti, come anche dei manoscritti, anche per fini economici è un valore aggiunto o un limite?

«E’ un problema che vale anche per i manoscritti, tutelati nel trasporto, nel clima e nelle luce, nonché di assicurazione. Sono regole note. Salvaguardate le norme di sicurezza, il risultato secondo me è sempre positivo: anche a chi si accosta a questi studi, poter vedere un manoscritto significa fare un salto nella propria coscienza. Quindi ben vengano questi momenti espositivi».

Che rapporto hanno i monumenti col territorio italiano?

«Il problema è che il Mibac è una cenerentola. E’ buffo che il Ministero per i Beni Culturali, unica risorsa equamente distribuita, sia stato creato tardivamente e sia visto come un lusso, come un accessorio eccesivo . Bisognerebbe sovvertire le casse dello Stato in funzione dei Beni Culturali».

Finito il dialogo, il professore si congeda, per prendere parte alla conferenza. Resto col dubbio di aver sbagliato qualche domanda, o col rimpianto di non aver fatto una domanda in più, magari quella giusta. Ma sono contento. Per il lavoro svolto, per lo scambio arricchente, per questa bella serata di fine estate, a Como. Sono momenti importanti, formativi, che aiutano a camminare più dritti su sentieri già intrapresi anni fa.
Ed è per questo che ne conserverò la memoria.

(alessandro cocorullo)

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