Presente e passato a confronto: l’anarchica narrazione Cubana

Anarchia di rapporti, significati, relazioni, ma allo stesso tempo dialogo, critica e contrasto: “La Perversión de lo Clásico: anarquía de los relatos” (La perversione del Classico: anarchia delle narrazioni) è tutto questo, ma non solo. Sono molteplici e di varia natura gli spunti di riflessione proposti dal Padiglione cubano in occasione della 55esima Edizione della Biennale di Venezia. CUBA BIENNALEL’esposizione è curata dal direttore del Museo dell’Avana Jorge Fernández Torres e dall’italiano Giacomo Zaza, che insieme hanno deciso di allestire il padiglione all’interno del Museo Archeologico Nazionale in Piazza San Marco: una scelta precisa, volta a provocare e favorire un momento di dialogo tra presente e passato, arte contemporanea e arte classica, attuale e antico, ma non solo. Il dialogo proposto è anche multiculturale: nelle sale del museo opere d’arte contemporanea cubane dialogano con quelle di artisti internazionali, per questo motivo i curatori hanno definito il progetto “transnazionale”, perché supera i confini geografici della Repubblica di Cuba e approda altrove, nel mondo globalizzato di oggi.E lo smaschera.

Un percorso che testimonia una profonda fase di transizione, una trasformazione iniziata con il passaggio di potere da Fidel Castro al fratello Raúl, punto di partenza di un processo di apertura che coinvolge inevitabilmente anche il mondo dell’arte. Negli ultimi anni l’attenzione verso gli artisti cubani è aumentata esponenzialmente, soprattutto da parte di collezionisti americani che, nonostante l’embargo, sono stati attirati dalla creatività che si respira sull’isola (a conferma di questo fermento culturale non si può non ricordare il crescente successo della Biennale dell’Avana).

Inserito in questo contesto di rinnovamento, il progetto di Venezia e l’ampio respiro delle tematiche trattate testimoniano pienamente l’apertura cubana al mondo esterno: uso dell’immagine, rapporto potere-comunicazione, ritualità e lettura critica della contemporaneità, questi i nodi affrontati. Il percorso si apre con la collaborazione tra Neil Leonard e María Magdalena Campos-Pons che, al centro della sala ai cui lati svettano antichi busti di imperatori romani, propongono l’installazione 53+1= 54+1=55, La letra del Año, in cui tante gabbiette per volatili contengono invece piccoli schermi dove scorrono immagini, volti di persone comuni, accompagnati da suoni, voci, canti: un vero e proprio remix di sonorità, il vociare del popolo cubano che come qualsiasi altro popolo viene osservato dalla classe dirigente, defilata e in posizione sopraelevata.

Neil Leonard e María Magdalena Campos-Pons, 53+1= 54+1=55, La letra del Año, 2013

Neil Leonard e María Magdalena Campos-Pons, 53+1= 54+1=55, La letra del Año, 2013

Il percorso è costellato dalle sculture dell’artista portoghese Rui Chafes, tra cui Perfume (vertiginoso e obscuro) I, che sospeso vicino al soffitto guarda dall’alto i busti della classicità, quasi sfidandoli. Chafes, che negli ultimi anni ha raggiunto anche un buon successo di vendita, oltre che di critica, propone opere che si schiudono come fiori aguzzi e appuntiti e che rimandano ad una dimensione prettamente onirica.

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Nella seconda sala campeggiano le opere di uno dei principali esponenti dell’Arte Povera, Gilberto Zorio, che in occasione di questa biennale affianca all’installazione il Marrano che gira un esemplare della Stella di giavellotti del 2009, composto da cinque giavellotti in acciaio ramato. Straniante l’effetto provocato dalle due opere accostate a repliche di statue ellenistiche raffiguranti i Galati sconfitti da Ulisse, a significare che la narrazione storicista e lineare degli eventi è stata superata, antico e contemporaneo possono dialogare e scambiarsi reciprocamente significati.

Gilberto Zorio, Marrano che gira, 1998, otre di maiale, alluminio, pinza, compressore, temporizzatore, sibilo, 120 x 265 x 50 cm

Gilberto Zorio, Marrano che gira, 1998, otre di maiale, alluminio, pinza, compressore, temporizzatore, sibilo, 120 x 265 x 50 cm

Stella di giavellotti, 2009, cinque giavellotti di acciaio ramato, cm 280 x 280 x 30

Stella di giavellotti, 2009, cinque giavellotti di acciaio ramato, cm 280 x 280 x 30

Le sale successive sono occupate dalle opere di Hermann Nitsch, tra cui Ultima cena, 1976-1978, stampato nel 1983, serigrafia su relitto e Tunica d’azione, del 1998: colori forti, impatto cruento e forte senso scenico rendono queste opere simili a sfondi teatrali che vestono la stanza di atmosfere dionisiache rituali e tinte rosse porpora. Una pittura che sembra sgorgare direttamente dalle viscere dell’artista: una continua iniziazione alla vita-morte.

Opera di Hermann Nitsch alle spalle di Dioniso e Satiro

Opera di Hermann Nitsch alle spalle di Dioniso e Satiro

In simmetria con le opere di Nitsch anche le creazioni di Francesca Leone che mettono in mostra le inquietudini del contemporaneo: immagini non definite, che raffigurano uomini e donne monocromi, quasi sospesi in una dimensione spaziale ovattata e senza tempo, sfondi di teste ellenistiche perfettamente scolpite ed eteree.

Francesca Leone

Francesca Leone

Le atmosfere crepuscolari e inquiete vengono però alleggerite nella sala successiva dall’installazione site-specific di Glenda León, Mûsica de los esferas, mediante la quale l’artista unisce suono e materia, ovvero una sfera sospesa sopra ad una rappresentazione materica dell’universo: il tutto è accompagnato da suoni, note musicali che richiamano armonicamente l’origine dell’universo.

Musica de las esferas

Musica de las esferas

L’esposizione continua con il buio che avvolge la sala in cui vengono proiettati i video di Pedro Costa, Minimo Macho-Minimo Femea, proiezioni in cui l’artista denuncia la solitudine e la povertà della classe popolare portoghese. Sui tre schermi vengono proiettate immagini in cui Vanda, la protagonista, passa il tempo a drogarsi di eroina e a parlare pacatamente con un’amica, sdraiata sul letto. Le immagini lente e cadenzate sono incorniciate da statue femminili pure ed immobili: il contrasto tra la vita di dipendenza della protagonista e la perfezione delle statue classiche è totale.

Pedro Costa, Minimo Macho-Minimo Femea, video proiezioni

Pedro Costa, Minimo Macho-Minimo Femea, video proiezioni

Dalla disperazione e fragilità personali ad una visione più ampia, legata alla vita socio-politica di Cuba: H.H. Lim, con C’est la vie, del 2013, rilegge in modo ironico il percorso sociale e politico della storia di Cuba: come? Creando una scatola cinese fatta di tre gabbie in acciaio, sovrapposte, che racchiudono un cactus, simbolo della resistenza del popolo cubano versus l’aridità della propria terra.

H.H. Lim, C’est la vie, 2013

H.H. Lim, C’est la vie, 2013

E’ sempre Lim a gettare un’altra occhiata ironica sulla contemporaneità, creando Daily World Music, una valigia strabordante di banconote appartenenti a paesi economicamente più emarginati: per l’artista la valigia è l’emblema del viaggio e quel bagaglio è pieno di monete che hanno poco potere d’acquisto, ma grande possibilità di diffondere cultura e ideali alti.

H. H. Lim, Daily World Music, 2012

H. H. Lim, Daily World Music, 2012

Proseguendo lungo il percorso ci si imbatte in Lázaro Saavedra, che irrompe nella narrazione della mostra reinventando la tradizione scultorea dei busti antichi: raffigura un Marx di cartapesta con un occhio aperto ma cerchiato di rosso e l’altro che sembra non avere bulbo per osservare. Sul soffitto, da contraltare un grande occhio proiettato da terra, che osserva il visitatore e sembra cercare di supplire al fallimento dell’ideale marxiano, alla sua cecità.

Lázaro Saavedra, particolare installazione site specific

Lázaro Saavedra, particolare installazione site specific

Se la sensazione è quella che verso il finire dell’esibizione la trama politica si infittisca sempre più, eccone alcune conferme: l’installazione di Liudmila & Nelson intitolata Absolut Revolution-la Isla, in cui l’opera, un video, viene proiettato tra la statua di Marco Aurelio e quella di un generale: nel tumulto del mare, quello che rimane è esclusivamente la torre della piazza della Rivoluzione a l’Havana. Sandra Ramos invece propone Italia-Los Balcanes, un’installazione in cui light box rettangolari mostrano immagini di ponti veneziani, paesaggi, nazioni che sono state in conflitto tra loro: gli avvenimenti storici si susseguono con una nuova poetica che mira a superare la violenza della guerra e dei conflitti, a creare un ponte che colmi ogni sorta di distanza.

Por una radio constructiva di Tonel  fa riecheggiare nell’ultimo corridoio musica e voci cubane, appena poco prima dell’ingresso nell’ultima sala in cui Wang Du, con Image Absolue, crea trenta busti di gesso (tutti uguali) raffiguranti Osama Bin Laden: poggiati per terra, vengono circondati da centinaia di fotocopie da un articolo di giornale francese in cui si proclama la morte del terrorista, a voler significare una ripetitività e ossessività globali riguardo realtà che l’opinione pubblica non conosce davvero sino in fondo. I busti di Bin Laden richiamano in chiave sarcastica la ritrattistica greco-romana da cui sono circondati: l’ennesimo cortocircuito di una narrazione totalmente anarchica e che fa riflettere.

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Coesistenza, multiculturalismo, esperienze sovversive che dialogano: questo quanto emerge dal padiglione cubano, un luogo denso di ricerca e sperimentazione; al fruitore non resta che accogliere la molteplicità degli stimoli e cercare di ordinarli. Forse un po’ confuso, sospeso in una dimensione senza tempo, in cui non esiste più passato, presente, ma solo una visione onirica e straniante della realtà.

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