Arsenale VS Giardini: Alfredo Jaar invita a ripensare il modello della Biennale di Venezia

Alfredo Jaar, artista, architetto e filmaker di fama internazionale, nato in Cile ma da diversi anni residente a New York è il protagonista del padiglione cileno alla 55° edizione della Biennale di Venezia. Ha già partecipato alla Biennale di Venezia nel 1986, 2007 e nel 2009, alla Biennale di San Paolo nel 1985, 1987 e 2010 e a Documenta di Kassel nel 1987 e nel 2002. Il suo lavoro è stato inoltre in mostra in importanti istituzioni e musei di arte contemporanea come la Whitechapel di Londra, Il Museum of Contemporary Art di Chicago e il Moderna Museet di Stoccolma. Ha realizzato infine più di sessanta interventi pubblici site-specific nel mondo tra i quali “The Geometry of Conscience, memoriale inaugurato nel 2012 per il Museum of Memory and Human Rights a Santiago de Chile.

Alfredo Jaar è un artista che appare raramente in asta. Dal 2000 al 2011 sono stati 57 i passaggi in asta con il prezzo più alto pagato fino a quel momento per “The more things change” (in 3 parts), un’opera venduta da Christie’s New York nel maggio 2010 per 60 mila dollari. Nel marzo di quest’anno “Searching For Africa In Life”, stimata da Christie’s New York tra 38,430 € e 53,802 €, ha segnato un nuovo record ed è stata venduta a 48 mila euro. Il price range dell’artista va da 500 € nel caso delle stampe per raggiungere quasi 50 mila euro. I lightbox hanno un prezzo che di solito varia tra 5 mila-8 mila euro, per opere quali “Out of balance” venduta da Bohams nel 2008 a 5,816 euro, e 25 mila-30 mila euro, con ad esempio “Waiting: From The Series The Body Is The Map” o “Geography=War” stimati da Christie’s nei primi anni Duemila tra i 17 mila e i 23 mila euro. Le fotografie infine sono sicuramente più accessibili anche a collezionisti con possibilità economiche più limitate; ad esempio, “Gold In The Morning” ed “Embrace” sono state acquistate tra il 2011 e il 2012 rispettivamente a 6.875 euro e 4,636 euro.

Con l’installazione site-specific “Venezia Venezia”, presentata in occasione della Biennale di quest’anno per il Padiglione del Cile, l’artista invita poeticamente a ripensare l’intero modello espositivo della Biennale e inneggia alla forza rigenerante dell’arte. All’ingresso del Padiglione del Cile è la fotografia in bianco e nero di 2,5 x 2,5 metri dell’italo argentino Lucio Fontana tra le macerie del suo studio milanese distrutto dalla guerra nel 1946 ad accoglierci. Un’immagine evocativa molto forte che ci porta a chiederci: “Dov’è, qui, il Cile? Cosa ci sta raccontando l’artista della storia del suo paese?” Effettivamente nessun elemento o richiamo al Cile è presente in questo lavoro.

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Alfredo Jaar, come in molte altre sue opere, utilizza la fotografia quale supporto alle tematiche di crisi geopolitica e sociale per mettere in luce quei conflitti che da sempre attraversano la nostra società. In questo caso l’immagine dello studio di Fontana innesca da una parte un flashback che riporta lo spettatore al momento storico in cui l’Italia usciva sconfitta dalla seconda guerra mondiale e la cultura era messa a dura prova e dall’altra “simboleggia il potere dell’arte e degli intellettuali di portare il cambiamento”. Dagli anni Quaranta agli anni Sessanta registi, poeti e artisti quali Luchino Visconti, Fellini, Rossellini, Ungaretti e Moravia sono stati infatti in grado di riportare la cultura italiana nel mondo. Non da ultimo la fotografia documenta la storia del presente; è forte “la risonanza con la situazione di oggi è forte, con la crisi economica che sta distruggendo ciò che abbiamo costruito finora”.

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Subito dopo lo spettatore è invitato ad attraversare un ponte che non è semplicemente uno spazio fisico, ma un ponte mentale. Saliti i gradini si arriva di fronte ad una grande vasca che contiene dell’acqua colorata che presenta le stesse sfumature ed i toni cromatici della laguna di Venezia. L’acqua è calma ed ogni visitatore è in qualche modo invitato ad aspettare. Ogni tre minuti una copia perfetta dei Giardini della Biennale con le architetture dei ventotto padiglioni nazionali emerge dal fondo della vasca per scomparire nuovamente poco dopo. “Ho creato un futuro utopico in cui la Biennale è sparita e quel che compare è un fantasma della storia. Quel che realizzo qui è un invito poetico a ripensare la Biennale, perché è stata istituita nel 1895 ma il mondo è cambiato, e il modo in cui è organizzata, con i Giardini e i padiglioni per certi Paesi e non per altri, non è più adeguato. È cambiato tutto, è una struttura obsoleta. Questo formato si fonda su una gerarchia geopolitica che non ha nulla a che fare con il mondo nel quale viviamo oggi. I Giardini raccolgono solo ventotto nazioni e tutte le altre nazioni sono costrette, se interessate, a cercarsi un padiglione, uno spazio espositivo temporaneo, altrove. La mia speranza è una forma possibile di democrazia culturale. Ecco dunque la necessità urgente, a mio modo di vedere, di ripensare la struttura del modello Biennale”. L’originalità dell’opera non sta nell’idea ma nella capacità dell’artista di risollevare un problema: già nel 1968 infatti Dorfles e Germano Celant avevano proposto di cancellare di tutti i padiglioni nazionali e di costruire un nuovo spazio espositivo per tutte le nazioni del mondo.

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“Venezia, Venezia” è un’installazione commissionata dal National Council for Culture and the Arts (CNCA) e organizzata in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri tramite il Cultural Affairs Bureau (DIRAC), il ProChile Chilean Promotion Bureau e la Imagen de Chile Foundation. Il progetto è stato reso possibile grazie al generoso sostegno di: Goodman Gallery (Johannesburg & Città del Capo), Galerie Lelong (New York), kamel mennour (Parigi), Galería Patricia Ready (Santiago), Galleria Lia Rumma (Milano), Galerie Thomas Schulte (Berlino), Fondazione Giuliani per l’arte contemporanea (Roma) e ICUN, Impresa Costruzione Ulisse Navarra (Roma).

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Per concludere, l’opera è stata nella maggior parte dei casi apprezzata dal pubblico e della critica, nonostante non sia sempre risultata di immediata comprensione. La figura preposta a curare il Padiglione sottolinea: “il visitatore, a volte distratto, ha inteso l’affiorare per qualche secondo del plastico dei giardini unicamente in connessione all’acqua alta di Venezia, trascurando il profondo significato sociale e politico sotteso nell’opera”. Anche i media hanno espresso il loro parere sul padiglione cileno. Per esempio, Adele Maria Costantini dei servizi giornalistici di Radio Montecarlo, Virgin radio e 105 intervistata da Matteo Galbiati per Espoarte ci dice: “Di grande effetto il Padiglione del Cile, con il plastico di Alfredo Jaar in cui i giardini della Biennale affondano per poi riemergere: una critica all’arte ma anche un augurio di rinascita”. Infine il quotidiano La Stampa conferma un giudizio positivo: “Simbolico il Padiglione cileno di Jarr, con la foto di Fontana che visita le macerie post-belliche del suo studio e dalla melma affiora e risprofonda una medusea maquette dell’intera Biennale storica”.

(Irene Brustia)

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