Se l’abito non fa il monaco, il contenitore fa il contenuto

15/16 giugno 2013
Seconda volta ad una fiera d’arte: Arte Fiera Bologna (2006), Art Basel (2013).
Prima volta ad Art Basel.

Sensazioni: bazar, mercificazione dell’arte, status symbol, ostentazione, sovrastruttura sociale, cool.

Le tanto ammirate opere d’arte, stimate, assicurate e imballate, messe le une affianco alle altre quasi come i barattoli di pomodoro Campbell, quelli veri però. Le pareti degli stand espositivi come gli scaffali di un supermercato.

Questa la prima impressione una volta superati i tornelli di Art Basel 2013. Nonostante il nuovo contenitore architettonico firmato Herzog & De Meuron, il contenuto artistico della fiera sembra perdere quella dimensione aurea che invece percepiamo nelle gallerie o nei musei.
Passando dalla sezione Unlimited alla sezione Gallery, da Feature a Statements, la possibilità di avere così tanti art works a solo 1 cm di distanza li fa risultare più ‘vicini’ ma anche apparentemente meno preziosi.
Se dovessi esprimere questo concetto con una formula matematica, scriverei:
opera galleria = merce supermercato.
Se volessi tradurlo in termini di fashion shopping, paragonerei:
Gallery = Linea Basic = shop
Feature = Haute Couture = negozio monomarca
Statementes =  Prêt-à-porter = Armani Jeans
Unlimited = taglie forti = showroom
Parcours = outlet (per gli artisti affermati), atelier (per gli emergenti).

Forse da architetto mi viene da dire che il contesto, il contenitore, l’intorno sono importanti. Così come accade per i vestiti: sulle bancarelle del mercato o sugli scaffali di un negozio, non hanno lo stesso effetto. Lo stesso oggetto cambia ‘valore’ se posto in luoghi diversi.

Passeggiando in questo ‘outlet village’ di Basilea, si incontrano spazialità ibride vissute da ‘ricconi’ dal portafoglio ‘ciccione’ che dietro la maschera del pubblico interessato, esperto e di settore, vogliono solamente sfoggiare il loro status symbol.

L’unico momento di ‘vera’ leggerezza durante questa fiera sono stati proprio i bambini che, nonostante la fiera, continuano a svolgere con disinvoltura e normalità le attività quotidiane del mangiare, bere, riposarsi, giocare.
Divertente l’osservazione della libera e spontanea appropriazione degli spazi: i piccoli vivono gli spazi molto più spontaneamente dei grandi, interagiscono con opere il cui soggetto è un loro coetaneo o un oggetto assimilabile ad un giocattolo.
E’ forse il pubblico dei più piccoli ad essere il segnale più forte del carattere internazionale della fiera: giocano e interagiscono tra loro, superando qualsiasi barriera linguistica.

In definitiva, i bambini: i veri ‘ricconi’ della fiera, perché dotati del portafoglio più ricco che ci sia, la fantasia.

by valentina toscano

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