“L’arte è permanenza”: intervista a Ernesto Ornati

Ernesto Ornati, artista contemporaneo conosciuto a livello internazionale, ha inaugurato lo scorso 31 agosto la mostra antologica “Ritratti dei personaggi del XX secolo” nelle sala mostre dei Musei Civici del Castello di Pavia. Disegni acrilici, oli, acqueforti e still life, pittosculture (rilievi in terracotta policroma ispirati a temi letterari, a visioni della vita, oppure ai grandi problemi dell’umanità come la guerra e la pace) e, soprattutto, una collezione di 31 ritratti in terracotta policroma ad eccezione di due bronzi che, al termine della mostra, resteranno nelle collezioni civiche pavesi grazie ad una donazione dell’artista al Castello di Pavia. Tra gli altri, hanno posato per Ornati personaggi della cultura internazionale quali Ezra Pound, Alvar Aalto, Graham Sutherland, Hans Richter, nonché artisti scrittori e critici italiani come Ennio Morlotti, Piero Chiara, Alik Cavaliere, Emilio Tadini, Rossana Bossaglia, Gianfranco Ferroni e Federica Galli. Ernesto Ornati ruba sguardi ed espressioni alla ricerca di una ruga, di un segno sulla pelle. L’importante non è correre, ma approfondire, non è filare veloci, ma immergersi.

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Fisiognomica…. Conoscere la natura dell’uomo. Ogni suo lavoro, oltre a rendere la fisionomia del personaggio, riesce a far emergere attraverso densi ed incisivi tratti la personalità e l’interiorità della soggetto. In che modo raggiunge tale risultato?

Questo è un mistero, è una cosa che si sente o non si sente. Una volta che si è imparato a costruire un ritratto dopo dipende dalla sensibilità dell’artista. Un bravo ritrattista non si può prefiggere come obiettivo ora che ho finito la fisionomia della persona rendo l’interiorità, è una cosa che deve sentire dentro. Io sono come una spugna che assorbe la personalità di un individuo e poi la trasmetto nella creta. L’arte non esiste nella forma in cui una persona vorrebbe impararla o insegnarla, è un dono. L’arte è il mistero della vita.

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Vorrei approfondire un tratto distintivo dei suoi lavori: non pensa che affiancare la scultura e l’utilizzo del colore risulti singolare?

No no, non è singolare. Operiamo due distinzioni: in passato la scultura è sempre stata dipinta. Il colore è stato a lungo legato alla scultura nonostante poi abbiano preso il sopravvento altri materiali quali il bronzo. Ciò che però mi distingue e mi rende unico nell’utilizzo del colore, è l’indissolubile unione tra scultura e colore che porta alla creazione di terrecotte policrome. La mia scultura è a sè stante infatti i miei colleghi che hanno cercato di imitarmi non ci sono riusciti. È importante sottolineare che l’unione tra scultura e colore nasce dai miei studi accademici: inizialmente io sono stato pittore, poi mio padre ha capito che avevo maggiori capacità scultoree e mi ha indirizzato verso quest’arte; tuttavia il colore, la mia prima natura, è rimasta e non si è estinta.

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Considerato il forte impatto comunicativo della sua opera, come si pone rispetto al ritratto della classicità, in particolare quello romano?

La ritrattistica romana è alla base della mia scultura in particolare per lo studio dei piani, del movimento del viso. Ho disegnato molto la scultura romana; questo è stato però solo il punto di partenza dei miei lavori perché poi sono poi sono riuscito ad aggiungere l’anima ai soggetti ritratti, aspetto che di solito nella ritrattistica romana è assente. L’immediatezza di mostrare la personalità di una persona e l’abilità di distinguerla rispetto alle altre è qualcosa di solamente mio.

Cosa ne pensa del mercato dell’arte contemporanea sempre più spesso orientato alla mera mercificazione dell’opera d’arte? Mi sembra che lei voghi nella direzione opposta…

L’arte contemporanea è un’arte che, in linea di massima, ha preso la via dell’estinzione, dell’esaurimento. Alla Biennale di Venezia va bene tutto: un sasso, una scarpa rotta, un lampadario che va a pezzi, due vetri. Loro dicono che è arte così cercano di rinnovarsi perché non hanno più nulla da dire. L’arte è quella che è stata fatta, l’Antelami, Donatello, Bernini, questo castello che sarà sempre attuale. L’arte è permanenza, non fattuità.

Quando è nata l’idea di donare le sue opere?

Ho maturato questa idea in questi ultimi anni. Ho capito che lasciando tutte le mie opere alla mia famiglia con il tempo sarebbero potute sorgere difficoltà di gestione e manutenzione.

Nello specifico, per quali ragioni la donazione è stata fatta proprio al castello di Pavia e non ad altri enti o fondazioni?

Lo vuole sapere? Perché sono intelligente! Se così non fosse avrei lasciato le mie opere ad una fondazione che poi magari tra vent’anni non si occupa più delle miei lavori e chiude i battenti. Le opere in mano ad un museo sono al sicuro, sono catalogate, non possono essere rovinate o alienate mentre, se è una fondazione ad occuparsene, non c’è nessuna garanzia. Ho deciso di donarle proprio a Pavia perché guardando il sito del Castello mi sono reso conto che la scultura era carente. Pochi giorni dopo mia moglie ha telefonato, abbiamo preso appuntamento con l’assessore alla cultura Centinaio che quando ha visto le sculture ha detto: “Io sarei matto se non accettassi le sue opere!”. Da lì è iniziato l’iter di acquisizione che in pochi mesi ci ha portato fino ad oggi, giorno di inaugurazione di questa mostra.

“Confesso che ho vissuto” ha scritto Neruda. Credo che valga anche per lei. Scrittori, artisti, uomini importanti… l’episodio più singolare nella sua intensa vita di artista?

Ogni episodio e ogni incontro che ho avuto hanno in sé qualcosa di particolare. Tra i personaggi che ho ritratto quello più straordinario ed eccentrico è Ezra Pound. Pound era un monumento a sé stesso che, pur avendo accettato di posare, stava immobile… c’è un tempo per parlare e un tempo per tacere. Ad un certo punto ho visto dispiegarsi sul suo viso un sottilissimo sorriso e questo mi ha dato una grandissima soddisfazione perché significava che aveva capito che io, come lui, ero un artista. Io non mi sono però mai lasciato impressionare da nessuna persona ritratta perché quando ho davanti un personaggio è lui che è sotto di me, sotto il mio sguardo; non posso ritrarre una persona che mi intimidisce. In mostra c’è anche una fotografia di Alvar Aalto. Mentre lo ritraevo ad un certo punto è calato il silenzio tombale e quando ho finito il ritratto mi ha detto: “Lo sa che è davvero emozionante vederla lavorare?” Questa è una frase straordinaria!

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Cosa desidera lasciare di sé alle generazioni future, in particolare ai giovani?

Il messaggio dell’amore verso tutte le cose del creato. La bellezza esiste in tutto, non come il bello che è temporaneo, mortale e passeggero. La bellezza è eterna e si rigenera continuamente, è l’anima del mondo.

(Irene Brustia)

(C) http://www.artevarese.com

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