Akram Zaatari presenta il Padiglione Libano alla 55a Biennale di Venezia

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My name is not Akram Zaatari. And the person I will be addressing is not Avi Mograbi.
We have simply decided to name ourselves as such, playing roles that have been pre-scripted for us by a situation, like characters in a play or film, and like two individuals born in two enemy states. Just as in prison one thinks of freedom, in wartime, thinking of peace is inevitable. But we know it is not simple to unmake history, to go back in time and unmake injustice, violence, occupation, and war. This is why we could only be individual voices, fictive because we don’t represent.
In fact, we misrepresent. Fictive because we are out of sync with national entities. Our voices are our nations’ imagination(s), rather than realities.

Akram Zaatari, A conversation with an Imagined Israeli Filmmaker Named Avi Mograbi

Si racconta che nell’estate del 1982, periodo in cui il sud del Libano subisce l’invasione d’Israele, un pilota dell’ air force israeliana si sia rifiutato di aprire il fuoco sulla periferia di Saïda avendo riconosciuto che il target, impostogli dagli ordini delle alte sfere, non era un edificio come tanti altri ma era una scuola.
Così il pilota virando verso il mare ha lasciato cadere gli ordigni in mezzo al Mediterraneo.
Alcuni credono che questo miracolo sia accaduto poiché probabilmente egli era vissuto proprio lì con la sua famiglia facente parte di una comunità ebraica ed educato in quella stessa scuola che gli era stato ordinato di distruggere.

Akram Zaatari è cresciuto ascoltando varie versioni di questa storia che aveva dell’inverosimile, attorniato da uno scenario di guerra che ha riempito costantemente la sua infanzia e la sua adolescenza, rendendolo un artista e per questo portavoce privilegiato di un’instabilità politica che inghiotte da tempo il suo paese. Infatti le sue prime opere documentavano ciò che lo circondava, rumori di aerei da guerra ed esplosioni ai quali assisteva dalla finestra di camera sua. Inoltre teneva anche un diario “delle violenze” che il paese subiva giorno dopo giorno, una sorta di archivio personale che arricchiva le sue opere del sapore del vero.
Molti anni dopo l’estate del 1982, Zaatari si trova a Parigi per discutere della sua opera, A conversation with an Imagined Israeli Filmmaker Named Avi Mograbi, un libricino arancione in cui egli racconta la storia del pilota israeliano di cui scopre la veridicità solo dopo averlo pubblicato.  L’aviatore si chiamava Tamir Hagai, nato e cresciuto in un kibbutz, non aveva mai messo piede in Libano, ma come Zaatari era architetto e sapeva riconoscere una scuola o un ospedale quando ne vedeva uno. Il suo rifiuto è rimasto un segreto per vent’anni, conosciuto solo da  una cerchia ristretta e rivelato solamente dieci anni fa, dallo stesso Tamir, durante un dibatto insorto per l’uccisione di civili innocenti durante le campagne militari israeliane.

In concomitanza con il settantesimo anniversario della Repubblica libanese, Zaatari vuole rivelare ciò che i documenti ufficiali non hanno mai riportato sull’accaduto di quel 6 giugno 1982, attraverso Letter to a Refusing Pilot, l’opera presentata al Padiglione Libano ideato dai curatori Sam Bardaouil e Till Fellrath in occasione della 55a Biennale Internazionale d’Arte.

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La video-istallazione inizia con un focus sul pavimento del terrazzamento di un edificio, lentamente la camera indietreggia allargando il campo visivo, dandoci la visione aerea della facciata decorata con pannelli multicolore in ceramica di un famoso palazzo in stile modernista che si affaccia sulla costa. Da qui l’artista prosegue mostrando delle fotografie in bianco e nero di quella zona. Successivamente sfoglia il libro de Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, anch’egli aviatore, per anticiparci il taglio del video che ci proporrà un viaggio mentale attraverso lo sguardo di un bambino. Infatti Zaatari prosegue mostrando le sue foto di famiglia e poi comincia a disegnare prima una scuola, poi un aeroplano di carta e a quest’ultimo si alternano le immagini vere di una scuola. Queste ci mostrano degli studenti che salgono di corsa le scale dell’edificio per arrivare al terrazzamento del tetto e lanciare da quell’altezza degli aerei di carta che volano nei cieli di Saïda. Fotografie della stessa città che risalgono agli anni ’50 e ’60  del fotografo Hashem El Madani, la mostrano come una piccola cittadina rurale, mentre foto del 1982 riportano alla mente le rovine causate dai bombardamenti. Ad un tratto un aereo di carta, animatosi, sfreccia verso il mare ed esplosivi invisibili sfondano le acque silenziose del Mediterraneo.

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La Storia con la S maiuscola si fonde con le dicerie, i racconti del posto e la vita del piccolo Akram, nato a Saïda e figlio dell’architetto che aveva progettato quella stessa scuola che seppur risparmiata da quell’aviatore dissidente, viene bombardata qualche ora dopo da un altro pilota che ha portato a termine l’ordine originario.

Infine il video diventa documentario, l’artista decide di accostare foto d’epoca con pagine di diario e documenti ufficiali:

On the 2nd of July 1982, my brother Ahmad wrote in his diary: “Today my father took us to visit the school, which was damaged during an air strike, and Akram took a few pictures.”

A few pages before that, my brother had inserted a small newspaper cutout showing an Israeli jet during an air raid.

La video-istallazione ha una durata di 30 minuti e dialoga con un film realizzato su un formato 16 mm, un loop continuo di immagini che alterna un paesaggio silente a dei bombardamenti.
Letter to a Refusing Pilot  è un omaggio alla figura di Tamir Hagai un uomo che ha saputo coraggiosamente anteporre la propria morale al senso del dovere per un paese lacerato dalla guerra.

(Luisella Galluzzi)

© Photos by Admin Klat

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