“Quore Spinato”, la non-intervista a Cyop&Kaf

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«io e te non ci siamo mai visti». Così inizia una chiacchierata che non c’è stata. E spero che mi perdoni questo unico virgolettato, perché è difficile non dire quello che non si è detti, pur dovendo raccontare. Fortuna che restano i muri dipinti, le pagine scritte.
Dunque ciò che scriverò sarà ciò che ho sentito, che ho compreso, che ho visto, e non ciò che è stato detto, spiegato, fatto.
E fin qui mi sembra chiaro.

Sfatiamo un dubbio: Cyop&Kaf non sono due persone, bensì una, anche se a volte gli sembra essere due, o tre, al massimo quattro. Da circa vent’anni lascia segni, scritte e figure sui muri di Napoli, ma anche italiani ed europei. Anatre bioniche, bambine, silhouette nere che rappresentano guerrieri, arcieri, assaltatori intenti in raid alle spalle di una vespa, di un’edicola sacra. Volti distrutti dalla cocaina, resi bianchi e informi, tavole con aculei, figure con lunghi nasi e lunghe braccia. Se giri per Napoli, dalla periferia metallica di Bagnoli, sotto i fumi della Città della Scienza, fino al centro tufaceo in cui nei bassi e dietro le saracinesche si nascondono le persone, sui muri troverai queste figure, segni non di un passaggio, ma di una permanenza.
Fare street art, o writing, o graffiti (tutti nomi vuoti di significati se non colmati con lavoro e coscienza) significa permanere. Banksy e Žilda, che anche a Napoli hanno lasciato il segno, sono turisti; comprendo che non si può pensare di passare in un luogo per segnarsi su un muro. Bisogna starci, e a lungo, cronometrarne la vita, regolarizzare il proprio battito con quello dei muri che diverranno tela, e che sono contenitori di persone, e contenuti di città.

Ma perché dipingere? Non c’è risposta, anzi, ce n’è una scritta (e quindi riportabile): “Un’amica mi ha chiesto poco tempo fa: ma tu perché lo fai? Mi sono accorto che aveva più risposte di me. Forse immaginava che lo facessi per rendere migliore il quartiere, o che mi piacesse stare tra la gente. Sarà, e se è vero non importa; io sono più propenso a pensare che l’ho fatto perché non potevo fare altro, assecondavo la mia ossessione. I personaggi che dipingo mi disegnano, non viceversa”. D’altronde, qualcuno ha giustamente osservato che “L’estetica serve agli artisti quanto l’ornitologia serve agli uccelli”, ragionando su Pollock. Dunque meglio non porre altre domande sul perché si dipinga, e cosa. La pittura, come la poesia per Neruda, quando la spieghi diventa banale.

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Napoli è città dai muri degradati come tutte le altre, forse con qualcuno in più, che divengono tele per il pittore, o per la bomboletta. Ma non è una città per crews e street art: ha molte meno espressioni di Milano e Roma, anche se sembra avere molti più disegni per il solo fatto che non vengono cancellati, come invece altrove. Dipingere questi muri, così mi pare di aver capito, non vuol dire migliorarli, o riqualificarli, termine caro all’amministrazione cittadina. Anzi, la pittura sui muri si sporca, si contamina con lo stucco, l’immondizia e la grana rossa dei mattoni. Il museo al contrario è un luogo asettico, pulito, dove l’artista non rischia mai d’infettarsi. Non è questione di qualità, ma solo di luoghi, senza contrapposizioni: l’artista di strada va a Capodimonte quando vuole essere studente dei maestri del passato.

Gli ultimi tre anni Cyop&Kaf li ha passati nei Quartieri Spagnoli, un quartiere napoletano incastrato tra via Toledo a sud, Corso Vittorio Emanuele a nord e Chiaia a Ovest: una scacchiera di caseggiati nata come acquartieramenti delle truppe spagnole, oggi circondati dalle zone più ricche della città. Oltre i cliché, i bassi e i garage, vi è la storia di un quartiere a cui l’artista ha reso omaggio con più di duecento dipinti.
Rendere omaggio non è necessariamente un atto eclatante, estemporaneo, un po’ sentimentale, come ci hanno abituati a concepirlo. Non è per forza un atto unico, un episodio. Può essere un esercizio quotidiano, intimo, meditato, aggiornato con l’esperienza. Rendere omaggio a un quartiere significa per noi dedicargli del tempo, percorrerlo in lungo e in largo, ascoltare le sue storie, imparare a porre le domande giuste e a rispettare i silenzi; studiarne i mutamenti, non accontentarsi di quel che ne dice la gente, ma verificare le ragioni della sua fama, buona o cattiva che sia; adoperarsi, se possibile, per trasformarlo, per migliorarlo”.
Questo l’intento di Quore Spinato, il libro che raccoglie i tre anni di Cyop&Kaf, le sue opere, e alcune storie dei quartieri a cura di Luca Rossomando, Riccardo Rosa e Antonio Bove.

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Il quartiere ha apprezzato i lavori. La gente, dapprima curiosa, è diventata spettatrice, e poi ha assorbito la pittura, l’ha integrata nel quartiere. I passanti, pian piano, sono divenuti committenti: hanno chiesto di dipingere la porta della macelleria, il cancello, il soppalco del balcone. E’ stata generata anche una mappa, in cui sono segnalati tutti i lavori di Cyop&Kaf, divisi in quattro categorie: vivi, morti, morti viventi, privati?. I primi sono quelli visibili, recenti o meno. I secondi sono scomparsi, non vi sono più, se non la fotografia che li documenta. Forse un alone vi resta ancora, lavoro per stratigrafie da archeologi urbani. I morti viventi sono lì lì per sparire. I privati sono quelli realizzati su strutture private, ma invero sono ben visibili a tutti.

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Cyop&Kaf ha dipinto non perché si vengano a vedere i dipinti, ma il quartiere. La mappa è una trappola, le pitture un’esca: è il quartiere e la sua gente quello che si viene a vedere. Perciò, alla fine di questa non-intervista, vi presento un non-libro, che neanche vi dico di comprare. Se vorrete, a Milano c’è chi lo vende. Chiedetemelo. Ma tenete presente che esso è posto ad un’estremità, lungo un confine, porta d’entrata o di uscita. Esso si pone ai margini dei QS, i Quartieri Spagnoli, il quore spinato di Napoli: non si può leggere il libro senza che segua una visita al quartiere, né pensare di averlo prima ancora di aver visto il dedalo napoletano, ma forse cosmico, come questa città che non si omologa, che genera arte, cultura e persone, come fossero un’unica cosa, senza la lacca del glamour e dei vernissage.

(alessandro cocorullo) 

*tutte le foto, quando non diversamente segnalato, sono gentilmente concesse da Cyop&Kaf.

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