“Un posto che faccia gioire con gli occhi e con il cuore”. (Niki de Saint Phalle)

giardino dei tarocchi panoramica

Non molto lontano da Capalbio, in provincia di Grosseto, nell’estate del 1996 nasce per volere dell’autrice e artista Niki de Saint Phalle il Giardino dei Tarocchi. Realizzato su un progetto che prende avvio nel 1979, il parco si sviluppa lungo la collina per quasi 2 ettari e le colorate sculture lì disseminate segnano le tappe obbligate del percorso spiccando nel selvaggio paesaggio naturale fatto di macchia e ulivi. Un’importante realizzazione economica ed artistica che vede impegnati in primo luogo la scultrice franco-statunitense e il marito, lo scultore Jean Tinguely, che creano le ventidue imponenti figure per soddisfare il loro sogno magico e fantastico. Un paesaggio immaginario, popolato di figure misteriose e gigantesche che fanno capolino fra la vegetazione; si tratta di personaggi fiabeschi ideati dalla scultrice, in parte in linea con le sue precedenti realizzazioni, le Nanas, le cui strutture in acciaio e cemento sono ricoperte però a loro volta di vetri, specchi e ceramiche, capaci di creare con il riflesso del sole e delle fontane del parco dei divertenti giochi di luce. Alcuni di questi personaggi poi sono integrati dai mécaniques realizzati da Tinguely, assemblaggi semoventi di elementi meccanici in ferro, che immediatamente richiamano alla memoria la loro fontana parigina di piazza Stravinsky, accanto al Centre Pompidou. Terminato diciassette anni dopo l’inizio dei lavori, con una spesa di circa 10 miliardi di lire, interamente finanziati dall’autrice, il Giardino, all’epoca anche dimora della stessa artista, soltanto nel 1997 diventa Fondazione con lo scopo di preservare e conservare l’opera dall’incuria del tempo e nel maggio del 1998 viene definitivamente aperto al pubblico.

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Appena varcata la soglia del parco, la strada sterrata sale fino alla grande piazza centrale occupata da una vasca d’acqua sovrastata a sua volta dalle prime tre figure che si incrociano con lo sguardo, la Ruota della Fortuna, la Papessa e il Mago. Da lì si dipartono diversi sentieri che seguono la sinuosità del terreno e che permettono di incontrare da un lato la Principessa e il Drago (la Forza) e  dall’altro l’Impiccato.

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Proseguendo il percorso si incontrano le altre figure dei Tarocchi: il Sole, la Stella, il Mondo, il Diavolo, la Morte  e ancora il Carro, il Giudizio, la Scelta, la Torre e l’Imperatore. La sensazione è quella di attraversare un’opera d’arte totale, un percorso che con le sue figure è da una parte quasi iniziatico, denso di rimandi simbolici al rapporto fra arte e natura, dato soprattutto dalla presenza di potenti soggetti femminili e materni in stretto rapporto con la forza generatrice dell’ambiente naturale circostante. Non trascurabile inoltre è  il rapporto fra arte, architettura e design riscontrabile nell’abitazione-scultura dell’artista: la volontà è quella di dare una configurazione ambientale all’Imperatrice, scultura abitabile, per qualche anno dimora reale di Saint Phalle, il cui arredo e la cui configurazione nello spazio rimandano ad una dimensione umana, abitabile e tangibile immersa in un mondo fantastico.

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“Nel 1955 (avevo allora 25 anni) ho visitato a Barcellona gli splendidi lavori di Anton Gaudì. Nel parco Guell, con le sue panchine fatte di frantumi di piatti, dove alberi di pietra stavano a fianco di veri alberi, ho trovato il mio maestro: Gaudì. Questa esperienza ha forgiato il mio destino: un giorno costruirò un rifugio dove trovare pace e gioia. L’Italia mi ha molto aiutata in questo cammino. Ho visitato le sue numerose città d’arte, le chiese e i vari tesori artistici così unici e reperibili solo in questo paese: la Cappella Sistina, l’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci, i favolosi giardini come quello di Villa d’Este e di Bomarzo. Sono stata particolarmente colpita dalle chiese e dal pensiero delle migliaia di persone che si sono dedicate alla costruzione di questi grandiosi edifici che cantano la gloria di Dio. La mia visione è stata rinforzata da queste esperienze e mi sono dedicata a mia volta alla realizzazione di un giardino che ispiri, a questo mondo turbato, sentimenti artistici di serenità e amore per la natura. Ho cominciato il giardino nel 1979. Tra grandi difficoltà e fatiche fisiche. Una gran parte della mia vita è stata dedicata alla realizzazione di questa costruzione malgrado la malattia e l’isolamento di familiari e amici. Ma niente mi poteva fermare. Quando mio marito Jean Tinguely era ancora in vita veniva a lavorare nel giardino, spesso ci incontravamo ad Orvieto perché entrambi adoravamo il Duomo. Ma un giorno nel lontano 1985, dopo aver visto lo scempio causato da un sovraffollamento di autobus, gente e guide vocianti, decidemmo di non ritornarci mai più. Non era più possibile usare la chiesa come luogo di raccoglimento ed ammirazione: la sua santità era stata dissacrata! Troppe cose erano cambiate e non era più possibile condividere la suprema bellezza del Duomo di Orvieto con un numero esagerato di persone. E purtroppo questo accade in molti posti artistici italiani dove i beni culturali vengono asserviti al lucro e alla speculazione. Mi ricordo di avere detto a Jean, con grande tristezza, che questo sarebbe stato il mio più grande problema con il giardino. Mi promisi che mai il giardino sarebbe caduto nelle mani di gente che avrebbe potuto degradarlo.

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Non molti comprendono che il giardino è una fragile opera d’arte con i suoi specchi, vetri e ceramiche. Ha bisogno di una delicata continua cura. E’ questa la ragione per la quale il giardino non può rimanere aperto tutto l’anno, senza un’adeguata manutenzione cadrebbe in rovina in pochi anni. E questa manutenzione deve essere eseguita dall’equipe che, avendo costruito il giardino insieme con me ha acquisito l’esperienza e l’abilità per farlo con cognizione ed amore. Dopo aver lavorato per vent’anni alla progettazione sono orgogliosa di poter offrire al visitatore questa rara ricchezza e il tempo di assimilare e riflettere sullo spirito del giardino, senza esserne affannosamente intorno come un branco di pecore. Coloro che traggono guadagno organizzando questo genere di visite in massa non entreranno mai nel giardino. Noi non continueremo a dissacrare l’arte, ma la mostreremo come deve essere presentata. L’Italia è sempre stata uno dei miei grandi amori e desidero contribuire, con l’esempio, alla conservazione dei suoi innumerevoli tesori e della sua eredità culturale. Il mio giardino è un posto metafisico e di meditazione, un luogo lontano dalla folla e dall’incalzare del tempo, dove è possibile assaporare le sue tante bellezze e i significati esoterici delle sculture. Un posto che faccia gioire con gli occhi e con il cuore”.

Niki de Saint Phalle, 20 novembre 1997

Fotografie: @FrancescaMeinero; courtesy Fondazione Giardino dei Tarocchi – http://www.giardinodeitarocchi.it/

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