“Hic Terminus Haeret”

Hic terminus haeret – Il Giardino di Daniel Spoerri. Così recita la scritta incisa sul cancello d’ingresso del parco d’arte contemporanea che si trova a Seggiano, non lontano da Siena, nell’alta Maremma toscana.  Qui aderiscono i confini, qui si uniscono i territori: è la traduzione letterale di un verso virgiliano del 4° Libro dell’Eneide che in sé racchiude l’essenza di questo luogo.

Nato all’inizio degli anni ’90 per volere dell’artista di origine rumena Daniel Spoerri, prende il nome di Giardino dal toponimo della stessa località – il Podere Giardino – situata ai piedi del Monte Amiata e si sviluppa in larghezza per 16 ettari incorniciando la vista che da lì, fra ulivi e colline, si spinge fino al mare.

Poco prima di raggiungere l’età della pensione Spoerri, classe 1930, decise di abbandonare la carriera di professore d’Accademia di Belle Arti, prima a Monaco e poi a Vienna, e di dedicarsi a qualcosa di più concreto, esperienziale, come l’idea del Giardino sembrava richiamare. Nel corso della sua carriera d’artista e docente infatti, trovatosi più volte a viaggiare, e proprio in virtù di questa sua propensione e attitudine alla curiosità, casualmente approdò a Seggiano e al motivo fino ad allora inconsueto e inconsapevole del parco d’arte ambientale. Egli in effetti non era partito alla ricerca di questo luogo, ma lo ha semplicemente trovato e fatto proprio; in qualche modo, forse, si può dire che ne è rimasto intrappolato.

Avvicinandosi ad una realtà che riteneva estranea, l’artista ha iniziato anche ad occuparsi di botanica, a conoscere le piante del luogo e a coltivarle, sperimentando in prima persona il rapporto fra l’uomo e la natura: la sudditanza del primo a scapito del ruolo di artefice del paesaggio della seconda, nella quale poi ha proiettato i suoi limiti, sulla quale ha innestato le sue passioni e le sue opere. Così, ispirandosi al Sacro Bosco di Bomarzo vicino Viterbo e attratto da una natura che da un lato lo incuriosiva ma che allo stesso tempo lo spaventava, iniziò a giocare con i suoi inganni d’arte, li installò nella natura, li camuffò o li rese percepibili ad un occhio attento, mettendosi sempre sullo stesso piano del visitatore. La tenuta ad oggi ospita quasi 100 opere, realizzate in parte da Spoerri e in parte dai numerosi artisti che lui stesso ha invitato a lavorare con sé o che ha celebrato nel suo giardino; le opere dialogano e in taluni casi si fondono con il paesaggio, mentre in altri se ne discostano quasi a voler sottolineare il segno umano, effimero, in contrapposizione con un ambiente naturale transitorio, ciclico e quindi perenne. Un incontro fra due territori, cultura e natura, “hic terminus haeret”.

Dal 1997 questo patrimonio non è più di proprietà privata ma è diventato una Fondazione, capace in questo senso di garantire la salvaguardia delle opere e di mantenere intatto il progetto originario di Spoerri: l’esperienza, la fruizione di “un attimo intimo in cui godiamo, odiamo, amiamo o soffriamo il mondo”. (da D. Spoerri, Il giardino di Daniel Spoerri, 2007, Fondazione il Giardino di Daniel Spoerri, Seggiano).

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Passeggiando lungo i diversi sentieri segnalati, si scorgono i suoi   assemblaggi in bronzo e altri materiali, combinazioni casuali di oggetti legate a significati quotidiani: il cibo, il corpo umano, la memoria e il rapporto fra la vita e la morte. Cominciando dal punto più panoramico dell’intero parco si può attraversare l’opera Ombelico del Mondo (1991), 9 corni di balena acuminati posti in circolo e rivolti verso un indefinibile punto di collisione nelle sfere celesti, per proseguire nell’osservazione di alcuni suoi “quadri-trappola”, evidente cifra stilistica dell’artista. Si tratta di tableaux in bronzo replicanti vassoi e tavole imbandite secondo i vari pasti della giornata, Colazione eterna: attimo bloccato (1994) e Pranzo eterno: attimo bloccato (1994), capaci di sfidare ogni legge di gravità perché appesi lungo le pareti degli edifici, atelier e residenza dell’artista, anziché disposti normalmente in orizzontale. Interessante è anche il Sentiero murato labirintiforme (1996) che riprende il tema del disegno del labirinto, come ogni parco all’italiana, rovesciandolo e da un disegno petroglifo precolombiano, rappresentante l’unione fra il Sole e la Natura, ne nasce l’emblema del parco, realizzato in un’ampia depressione erbosa, in cui non ci si smarrisce ma anzi è percorribile, in senso metaforico, come la vita, con le sue curve, le sue coincidenze e i suoi eterni ritorni all’origine.   Il+Giardino+di+Daniel+Spoerri1

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E lo stesso spazio è dato anche ad artisti che Spoerri ha inteso ospitare nella sua tenuta con delle installazioni site-specific. Da Oliver Estoppey, artista svizzero, che realizza l’opera Jour de colére (2001/2002), un nutrito gruppo di oche realizzato in cemento armato e pietra che corre sotto gli ulivi sospinto da tre giganteschi suonatori di tamburo, a Dani Karavan, artista originario di Tel Aviv, che trae spunto da un particolare ulivo, pianta simbolica delle sacre scritture, per realizzare una propria interpretazione della Creazione della Genesi: un ulivo diviso a metà da un fulmine che ritrae due parti viventi e sottolineate da un sottile velo di foglia d’oro, Adamo ed Eva (2002).

235+Giardino+D.Spoerri

Da Nam Jun Paik, artista coreano appartenente a Fluxus, gruppo artistico nato in Europa nei primi anni Sessanta, che commissiona all’amico Spoerri la sua opera dicendogli: “Fai qualcosa di grande come la Tour Eiffel” ed è oggi rappresentato da un piccolo ciondolo raffigurante la torre parigina posto su una base di granito: ironico esempio di quanto possano essere relativi i concetti di grande e piccolo – Make something as big as the Eifeltower (2001); o ancora il Nanetto schiacciato da giardino (2000) di Juliane Kühn, artista berlinese che ironizzando sui nanetti di terracotta da giardino, ne realizza una versione anomala e giocosa. L’oggetto, decisamente kitsch, risulta ingrandito e schiacciato ed è reso riconoscibile solo attraverso i caratteristici colori e la punta rossa del cappello che spunta dalla base.

Nam June Paik, Make something as big as the Eifeltower
Juliane Kuhn, Nanetto schiacciato da giardino

Trova posto nel parco anche un’imponente installazione di un artista italiano, Luigi Mainolfi, originario di Avellino ma torinese di adozione e appartenente al gruppo dell’Arte Povera. Mainolfi predilige fra i materiali la terracotta e ricerca nei suoi lavori l’integrazione con l’ambiente circostante; per questo motivo con Terra fertile (2000), insieme di sei sculture, l’intento dell’artista non è quello di inserire qualcosa in un luogo, ma semplicemente di modificare uno spazio. Sono delle gabbie aeree attraverso le quali circuitano l’aria e il paesaggio circostante e le cui estremità in terracotta richiamano i colori caldi delle terre senesi: un tramite che mette in comunicazione la terra d’origine con il bisogno di staccarsi dalle proprie radici. In ultimo, di particolare effetto scenografico è l’opera di Jesùs Rafael Soto, artista venezuelano ormai scomparso, che con Penetrabile suono (1997), dà vita all’installazione più interattiva di tutta la tenuta. Una scultura-architettura percorribile, un cubo fatto di tubi di alluminio disposti tutti alla stessa distanza e sollevati da terra attraverso i quali ogni spettatore è chiamato a penetrare l’opera per coglierne sia le sensazioni tattili che quelle sonore. Non solo, ma il suono, dopo essere stata sperimentato, accompagnerà il visitatore per buona parte del percorso nel Giardino come costante impercettibile sottofondo musicale.

Jesus Rafael Soto, Penetrabile sonoro
Daniel Spoerri, Ombelico del Mondo (1991)
Daniel Spoerri, Colazione eterna: attimo bloccato (1994)
Daniel Spoerri, Sentiero murato labirintiforme (1996)
Oliver Estoppey, Jour de colére (2001/2002)
Nam June Paik, Make something as big as the Eifeltower (2001)
Juliane Kuhn, Nanetto schiacciato da giardino (2000)
Jesùs Rafael Soto, Penetrabile Sonoro (1997)

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