Notifiche e liberismo: necessità di un punto d’incontro

Rossella Zollino, dello studio legale CBM&Partners, sembra avere le idee chiare: la notifica è un chiaro limite alla circolazione internazionale di beni, un limite per la crescita economica dell’Italia. Col suo studio, assieme a Giuseppe Calabi, ha spesso dovuto affrontare controversie legali in materia, uscendone anche vincitori. Il Sovrintendente è una sorta di guardiano di oggetti di grande valore, che amministra a suo piacimento per volere del Ministro. Ma perché, si chiede la Zollino, limitare questo commercio quando lo Stato non è in grado di evitare i crolli di Pompei e del Colosseo? L’avvocato propone di seguire il modello britannico, che dalle esportazioni di arte ricava il prestigio che lo contraddistingue nel mondo.
Le fa eco Silvia Segnalini, ricercatrice in legge presso l’Università “La Sapienza” di Roma. A Pompei « le persone vengono accoppate all’esterno degli scavi », precisa, e inoltre sostiene fermamente il ritorno delle opere presso i loro paesi d’origine: se un vaso è di produzione francese, che ritorni in Francia. Ma previo vendita all’asta, ben intenso.
« Scusi dottoressa, non crede che, conoscendo l’attuale situazione economica italiana, ci sia il rischio che il nostro paese veda solo opere in uscita, trasformandosi in una sorta di supermercato dell’arte? » « No, non credo…non penso » risponde.

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Rossella Zollino. Fonte: http://www.cbmlaw.it/zollino.html‎

L’avvocato Giuseppe Calabi mostra in modo chiaro e con il linguaggio dovuto l’operazione che sta portando avanti col suo studio: hanno presentato al Ministero una proposta di rivisitazione della scheda di cui il Sovrintendente si serve per notificare un’opera. La notifica è il vincolo legale che definisce un oggetto “bene d’interesse nazionale”, e dunque gli è impedito di lasciare il suolo nazionale. La proposta di Calabi e soci è quella di rendere meno restrittive queste norme, favorendo il mercato.

È una questione che divide storici dell’arte e imprenditori da tempo. L’imprenditore, per quanto si voglia professare amante dell’arte, ha come scopo ultimo il profitto, piuttosto che la fruizione e la conservazione. E giustamente. Questi ultimi due scopi sono pertinenti allo Stato. La rigidezza di queste due posizioni può essere riassunta in una forma di orbità, come se le due categorie fossero provviste di un solo occhio, incapace di prospettiva. L’imprenditore, che quasi mai è un addetto ai lavori, ovvero un studioso di arte, riesce a vedere nell’opera o nel monumento qualcosa di valido solo se cagiona profitto. Pur non volendo entrare nel merito di questa visione, è chiaro che essa è parziale. I monumenti, le opere d’arte, i manufatti, si cuciono alla storia dei paesi e delle persone per secoli, influenzandone lingua, costumi, abitudini, spesso fornendo una morale a cui ispirarsi. Sottomettere questi valori, e quindi la preparazione scientifica che serve a scoprirli e divulgarli, a logiche di mercato, significa fornire un prodotto anche errato, purché generi danaro; significa perdere opere fondanti la nostra cultura in favore di un profitto di pochissime persone.unidroit

Lo Stato italiano al contrario, esattamente come la maggior parte degli Stati che hanno firmato le Convenzioni Unesco e UNIDROIT, tende a conservare il proprio patrimonio. Se questa pratica, tipica di paesi esportatori quali per l’appunto l’Italia, ma anche la Francia, ovvero quei paesi ricchissimi di storia, tutela la storia nazionale, dall’altro lato essa dimentica che i profitti, se ben organizzati, alimentano la ricerca scientifica, la tutela e la fruizione dei beni, e generano lavoro. Gli esperti del campo (critici, storici, archeologi…) spesso non hanno alcuna competenza in materia di mercato, e ciò porta a musei, siti e monumenti in perenne debito, incapaci di soddisfare le richieste del pubblico, di conservare i beni.
E non c’entra solo Pompei; anzi, mescolare mercato dell’arte e conservazione dei monumenti non è ortodosso: si tratta di due mercati diversi. Né centrano le restituzioni– che andrebbero fatte gratuite e non previo asta, come la convenzione Unidroit sancisce – che di certo non vanno fatte per oggetti che, sebbene prodotti fuori dall’Italia, partecipano alla storia della stessa da secoli.

Amis du Louvre

Il problema sembra essere di mentalità, piuttosto che di leggi, per giunta non così diverse da quelle francesi, ma con risultati opposti: la Francia riesce ad innovare continuamente i suoi musei, a creare eventi, a trovare finanziatori privati, anche grazie all’adozione da parte dei cittadini, gli stessi fruitori dei beni: I musei possono decidere liberamente il costo del biglietto d’ingresso, eventuali campagne di sconti e agevolazioni e come al Louvre, ad esempio, attività di sostegno finanziario autonome come gli Amici del Louvre. Con soli 50 Euro l’anno si contribuisce alla gestione del museo e all’arricchimento delle collezioni a fronte di accesso illimitato e la partecipazione a diversi eventi.
Lo Stato controlla solo che la fruizione sia per tutti, mentre i musei guadagnano prestigio e incassi. I nuovi musei attirano i turisti, e a dimostrarlo è il Nuovo Museo dell’Acropoli ad Atene: con il suo milione e rotti di visitatori annui è la struttura più visitata in Grecia, che negli ultimi anni, nonostante la crisi, ha visto aumentare del 40% l’afflusso turistico nei suoi siti.

Non possiamo prendere esempio dal Regno Unito: uno Stato con economia, moneta e storia diversissime dalle nostre, e il cui prestigio è dovuto non certo alle esportazioni  ma, come conviene, alla capacità d’importazioni.

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Nuovo Museo dell’Acropoli, Atene.
(fonte: http://news.bbc.co.uk/)

È possibile far confluire patrimonio, scientificità e incassi? È la sfida che la Francia sta vincendo e che noi dovremmo provare a vincere, formando critici e archeologi con capacità manageriali, così da dare all’arte e ai beni culturali un valore economico come un valore aggiunto, e non sostitutivo al loro valore storico e sociale.

(alessandro cocorullo)

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