Immagini da Venezia: Biennale 2013

<<La Biennale, iniziata nel 1985, è una mostra internazionale di arte contemporanea, che viene tenuta ogni due anni nei giardini pubblici, all’estremo confine di Venezia, sulla laguna vicino al Lido. Molti edifici assai brutti, costruiti al tempo di Mussolini, le conferiscono un carattere spiccato. Gli alberi e i giardini sono curati splendidamente e costituiscono un meraviglioso sottofondo per i diversi padiglioni. A metà giugno, quando s’inaugura la Biennale, gli alberi di cedro fioriscono ed il profumo che esalano è sconvolgente. Ho sempre pensato che ciò costituisca una forma di concorrenza con l’esposizione: è molto più piacevole restarsene seduti nei giardini che andare nel caldo tremendo dei padiglioni privi di ventilazione.>>

Peggy Guggenheim

55. Biennale Internazionale d'Arte di Venezia

Venezia. Venerdì 03 agosto 2013. Ore 11. Temperatura: 36 gradi. Inizia la giornata alla Biennale, un viaggio di 6 ore fra l’arte degli Stati che espongono ai Giardini. Di seguito: foto e qualche appunto.

Spagna. Lara Almarcegui (1972).

Il padiglione, costruito nel 1922 da Javier de Luque, è riempito di cumoli di materiali edili: calcinacci, vetro, scorie e cenere d’acciaio. Sono i materiali utilizzati per la realizzazione del padiglione, nella stessa quantità impiegata nella costruzione.

Spagna. Lara Almarcegui

Belgio. Belinde de Bruyckere (1964).

Al centro del padiglione un maestoso tronco d’albero, bendato, come se fosse ferito, e lievemente illuminato dalla luce naturale proveniente dalla finestra del soffitto, anch’essa bendata. Kreupelhout, titolo dell’installazione, allude alla morte e alla decadenza, ed è il lavoro più emozionante trovato ai Giardini.

Belgio. Berlinde de Bruyckere

Olanda. Mark Manders (1968).

E’ una sorta di retrospettiva quella del padiglione olandese, curato dall’italiano Lorenzo Benedetti. Ventitré sono, infatti, le opere, frutto di 21 anni di ricerca, che compongono Room with broken sentence di Mark Manders, che all’interno del padiglione ha ricostruito anche parte del suo studio. Una delle opere è presente contemporaneamente alla Biennale, al Moma e in un supermercato di Venezia.

Olanda. Mark Manders

Ungheria. Zsolt Asztalo (1974)

Nel padiglione intitolato Fired but Unexplosed, l’artista propone 16 televisioni, in un ambiente buio, ognuna delle quali proietta un fermo immagine su una bomba lanciata in Ungheria durante la prima o la seconda guerra mondiale. Sono tutte bombe inesplose, che assumono, quindi, un significato di vita. L’intuizione del paradosso è affidata al suono associato ad ogni immagine: rumore di festa e di vitalità (uccellini che cantano, il tifo ad una partita, ecc.), in netto contrasto con la tristezza della morte.

Ungheria. Zsolt Asztalo

Romania. Alexandra Pirici (1982) e Manuel Pelmus (1974).

Una retrospettiva immateriale è il titolo del lavoro che anima il padiglione rumeno: alcuni performer danno vita alle opere che hanno segnato i quasi 120 anni di storia della Biennale. Partendo dalla prima edizione del 1895 con  Supremo Convegno di Giacomo Grosso fino ai recenti Maurizio Cattelan e Sophie Calle. Nella foto: Enactment of Welder, una scultura di Fekete Iosif, presente nel padiglione della Romania alla 27sima edizione delle Biennale, 1954.

Romania. Alexandra Pirici e Manuel Pelmus.

Grecia. Stefanos Tsivopoulos (1973)

Il progetto non può non rimandare alla crisi economica che sta affrontando la Grecia. Così all’entrata del padiglione troviamo un elenco di 12 pratiche alternative all’uso del denaro. All’interno tre video che descrivono la vita intrecciata di un immigrato, un artista e una collezionista in un’Atene silenziosa e desolata.

Grecia. Stefanos Tsivopoulos

Giappone. Koki Tanaka (1975)

Il progetto giapponese è dedicato (come quello della scorsa Biennale Architettura) al disastro di Fukushima, avvenuto nel 2011. All’esterno compare la scritta 9478.57 Km:  è la distanza che separa la città di Fukushima dal padiglione veneziano.

Giappone. Koki Tanaka

Stati Uniti d’America. Sarah Sze (1969)

Il lavoro di Sarah Sze consiste nell’unire migliaia di oggetti e rifiuti quotidiani (cotton fioc, biglietti del vaporetto, bustine di zucchero) per creare delle grandi installazioni, una per stanza. L’opera dialoga con lo spazio e ne confonde la percezione: l’entrata al padiglione avviene attraverso una porta laterale, e le opere arrivano fino all’esterno, al punto che alcune rocce, parte dell’installazione, si possono trovare nei balconi del quartiere di Castello.

Stati Uniti d'America. Sarah Sze

Danimarca. Jesper Just (1974)

Il lavoro inizia all’esterno del padiglione, il cui accesso è bloccato, tanto che si è costretti ad entrare da un’uscita di sicurezza posta sul retro. All’interno cinque video, ospitati in un padiglione buio e degradato, i cui protagonisti sono tre individui che si aggirano ora a piedi, ora su mezzi di trasporto, per una metropoli deserta, la ricostruzione di Parigi in una città della Cina.

Danimarca. Jesper Just

Venezuela. Collettivo di Artisti Urbani Venezuelani

Il padiglione è dedicato al tema della riappropriazione dello spazio urbano, così, grazie alla Biennale l’arte urbana si appropria del luogo istituzionale.

Venezuela. Collettivo di Artisti Urbani Venezuelani

La Biennale prosegue, non solo al Padiglione Centrale e all’Arsenale, ma anche per la città.

Ecco allora comparire, in Via Garibaldi, nel quartiere più popolato e popolare di Venezia, le opere di Mark Manders e Sarah Sze.

Fox/Mouse/Belt, Mark Manders.

Sarah Sze

Elisamaria Covre

Foto © Elisamaria Covre.

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