Gestire beni culturali immateriali: il sistema museale della diocesi di Tempio-Ampurias

Il sistema museale della diocesi di Tempio-Ampurias in Sardegna (nato nel 1998 contestualmente alla nascita dell’Ufficio dei Beni Culturali diocesano), è un modello organizzativo singolare, non solo per la scelta gestionale. Infatti, molto importante è l’impegno culturale e religioso di salvaguardia e recupero delle identità locali, nella declinazione dei beni culturali materiali e immateriali. I beni immateriali sono quelle attività, riti, tradizioni connesse alla cultura e alla coscienza della gente e dei luoghi dove i beni materiali sono nati: il loro contesto. Questo bagaglio culturale e religioso deve essere conservato e trasmesso. Non bisogna dimenticare che in Sardegna molte zone mantengono una fortissima memoria storica con molteplici, e fra loro diverse, attività culturali e cultuali, tramandate intatte nei secoli. Ad esempio a Luogosanto, nel cuore della Gallura, ci sono ventidue chiese campestri gestite da associazioni chiamate Suprastantie, costituite da clan familiari che dal XVII secolo si occupano della gestione delle loro chiese e del loro patrimonio (dalla pulizia all’allestimento di feste, riti ecc.). Queste attività, non solo rinfocolano i legami familiari, ma sono anche aperte all’esterno all’intera comunità locale.

Per assolvere il compito di restituire la memoria alla gente del luogo il sistema museale ha salvaguardato i beni materiali dimenticati, contestualizzandoli nei loro luoghi di origine. Questo è stato possibile grazie all’istituzione nelle parrocchie di sacrestie, luoghi non solo di raccolta, ma di esperienza della funzione didascalica, pedagogica, pastorale, degli oggetti. Ogni sacrestia è gestita autonomamente e alcune sono anche in rete con altre istituzioni museali non strettamente ecclesiastiche. L’autonomia delle sacrestie si esprime anche nella scelta di non attingere ai fondi pubblici, ma di basarsi principalmente sull’autofinanziamento delle parrocchie e su sporadici finanziamenti privati. L’ufficio che gestisce la rete, quindi, non si sostituisce all’attività caratteristica del museo, ma ha un ruolo di consulenza, supporto tecnico-scientifico, promozione, mediazione politica e comunicazione.

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Il sistema si struttura, oltre che nelle sacrestie (una decina), in tre grandi sedi, chiamate poli, quello di Tempio Pausania, quello di Castelsardo, quello di Olbia, ognuno con caratteristiche diverse. Il primo ha una collezione stabile nei sotterranei della cattedrale; il secondo polo ha spazi espositivi in continuo movimento, per le esibizioni temporanee; il terzo è ancora in fase di progettazione.

L’idea di fondo di questo sistema, come sostiene il suo direttore don Francesco Tamponi è di “rendere vive queste realtà affinché le persone del luogo possano fare del museo un’esperienza, una visione”. Il target di riferimento non sono i turisti, ma le comunità locali; si cerca di creare un contatto diretto con l’oggetto (da cui anche la scelta di togliere i cartellini esplicativi delle opere), attraverso la narrazione dei beni immateriali legati ad esso”. Sempre attraverso le parole del suo direttore, “il sistema mussale di Tempio-Ampurias, unicum in Sardegna, si discosta dalla visione ottocentesca di collezione di memorabilia per diventare racconto di storie, di vissuti, di esperienze”. La gestione è dunque legata alla storia non trasportabile dei beni immateriali di quel posto. È un sistema che non permette un gran flusso di visitatori (tranne per alcune sacrestie come quella di La Maddalena), poiché sono luoghi poco raggiungibili e a volte poco conosciuti e non ci sono “opere famose come quelle dei Musei Vaticani”.

immagine: la sede del Museo Diocesano di Tempio Pausania e dell’Ufficio dei Beni Culturali

Davide Carlo Battaglia

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