RIFLESSIONI SU ARTE E MERITOCRAZIA: L’ABITO [NON] FA IL/LA MONACO/A

Meritocrazia: s.f. [dall’ingl. meritocracy, comp. del lat. meritum “merito” e –cracy “-crazia”] – (soc.) Sistema sociale in cui la distribuzione di riconoscimenti e compensi (per es. nella scuola, nel lavoro) è commisurata al merito individuale, e non ad aiuti, favoritismi e sim. [definizione da vocabolario].

Prendo spunto dalla definizione di “meritocrazia” per sviluppare alcune riflessioni riguardanti l’importanza del merito nell’attribuzione di riconoscimenti e compensi e nella determinazione di opportunità lavorative nell’attuale mondo dell’Arte. In una società dove l’apparenza conta più della sostanza e in cui spesso non si crea, ma si copia, realtà che purtroppo vediamo confermate quotidianamente in ogni ambito della vita, a partire dalla scuola e dalle università, fino ad arrivare agli ambienti di lavoro, alla politica, all’economia, anche l’Arte, non è immune a tale “principio”.

A questo proposito mi chiedo: – chi determina veramente la riuscita di un artista e delle sue opere? – Chi e con quale criterio decide quali gallerie avranno l’onore di partecipare alle grandi fiere d’Arte internazionali? – Quanto contano le conoscenze e i contatti personali per avere successo?  – un giovane laureato ha davvero qualche possibilità di lavorare nel mondo dell’Arte senza avere “i contatti giusti”? -Attraverso quali principi e quali valori viene tutelato il patrimonio culturale italiano? – Ho cercato di darmi delle risposte, ma non è facile.

Le arti e gli artisti sono molto difficili da valutare e decretare meritevoli o deludenti. La riuscita di un’opera dipende dal suo riconoscimento da parte di una comunità, ma tutto ciò può avvenire solamente nel momento in cui l’artista e la sua opera hanno la possibilità di farsi vedere e conoscere da tale comunità. Ed è proprio qui che si rivela la natura controversa di questo mondo.  Non tutti gli artisti meritevoli hanno la possibilità di farsi conoscere e non tutti gli artisti conosciuti sono meritevoli. Un’artista spesso emerge rispetto ad un altro grazie a spinte dettate da raccomandazioni, interessi economici e strategie di mercato. Credo che sia necessario riflettere non solo sul recupero di principi come la trasparenza, il merito, l’equità morale e collettiva, ma anche e soprattutto sulla qualità dell’istruzione, della formazione e dell’informazione da parte dei media, cercando di riavvicinarci alla sostanzatrascurando l’apparenza e non diventando totalmente schiavi del mercato. Solamente in questo modo, sarà possibile mettere in discussione i criteri lobbistici che caratterizzano il settore dei beni culturali e grazie alla riscoperta dei valori, l’Italia potrà davvero affermarsi come capitale mondiale della cultura. Nonostante la crisi economica, si potrebbe cogliere l’opportunità per rivedere il sistema e procedere alla ricerca di nuovi equilibri, in una prospettiva di sostenibilità e compatibilità ambientale e infrastrutturale, attuando ciò che enuncia l’art. 9 della nostra Costituzione – “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione” –  e creando così nuove opportunità di lavoro e di sviluppo sociale ed economico. Il Patrimonio che abbiamo ereditato dalle generazioni passate e che bisogna trasmettere a quelle future, e del quale dobbiamo rendere conto all’intera umanità, dovrebbe rimanere affidato ad una rete di tutela che obbedisca alla Costituzione, alla legge, alla scienza e alla coscienza, senza cadere nella disponibilità delle autorità politiche che decidono a maggioranza. Il patrimonio culturale del nostro Paese non è il “petrolio italiano”, si presenta bensì come strumento fondamentale per il pieno sviluppo della persona umana, confermando la sua importante funzione civile e costituzionale.

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