Un “Déjeuner sur l’herbe” del XXI secolo: tête-à-tête con MDC

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«La culture, c’est comme la confiture, moins on en a, plus on l’étale», scriveva Françoise Sagan.

Così Massimo De Carlo, uno dei maggiori galleristi sulla scena italiana ed internazionale, ha descritto in modo tagliente e stringato l’attuale situazione dell’arte.

Aveva letto questa massima sulla parete di chissà quale sperduta stazione della metro di Parigi, nel corso di uno degli innumerevoli viaggi di lavoro.

Un po’ rude ma illuminante l’incontro avvenuto presso la sua galleria di Lambrate lo scorso 21 giugno: come concludere in modo migliore l’intensa settimana di studio e le eterogenee testimonianze avute al nostro master, appena di ritorno dall’esaltante escursione ad Art Basel?

A proposito di ciò De Carlo si è espresso in modo alquanto schietto sul meccanismo di inclusione all’interno delle fiere d’arte contemporanea più rilevanti nel mondo, lanciando uno sguardo sulla Biennale di Venezia ed ampliando, poi, il discorso fino ad abbracciare temi quali le ripercussioni economico-artistico-commerciali  e culturali sul sistema dell’arte oggi.

«La cultura è come la marmellata», infatti, e «meno se ne ha più la si spalma», continuava a far intendere senza troppi giri di parole nella sua analisi sviluppatasi dalle considerazioni circa il cambiamento della propria attività a partire dagli esordi ed il ruolo del gallerista.

Mentre fino a 25 anni fa era netto il fine principale della galleria – la presentazione delle opere degli artisti, primo step al quale avrebbero fatto seguito il collezionismo privato ed infine la “musealizzazione” – secondo De Carlo oggi si assiste ad una sorta di continua “intersecazione” fra i diversi personaggi che compongono il “sistema”, per cui il museo si sostituisce sempre più spesso alla galleria invadendo il suo campo d’azione ed abbassando notevolmente il livello culturale di ciò che contiene, non essendo più neanche sufficientemente storicizzato o selezionato.

Altro problema è, attualmente, il confondersi del ruolo del gallerista con quello del curatore: riesce un personaggio come il suo ad essere ancora un riferimento culturale per l’artista, in grado di indirizzarne la carriera attraverso precise scelte, in un “sistema” nel quale anche un grande come Cattelan, da lui promosso e sostenuto negli anni – ha definito il loro rapporto come quello di «due vecchi amanti che non si frequentano più ma che si vogliono ancora bene quando si vedono» – non distingue quasi più tra il fare un’intervista ed il creare un’opera e ormai non si serve del gallerista e dei suoi spazi per realizzare una mostra, prediligendo una piazza o un luogo normalmente non destinato all’arte?

L’attenzione si è fondamentalmente spostata dalla qualità dell’opera d’arte e dell’artista a criteri quali la visibilità e l’attendibilità, essendo tutto pensato in funzione di intrattenimento a sfondo culturale ed a livello globale.

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A denti stretti, quasi in una risata amara, De Carlo ha definito se stesso ed il gallerista del XXI secolo «preside e rettore e non più sognatore e visionario» poiché, pur conservando la sua funzione culturale, oggi più che mai è necessario coordini tutto in modo razionale e sistematico, puntando ad un’efficiente organizzazione e ad una significativa produttività.

In tal senso è stato esemplare il racconto di una delle ultime giornate da lui trascorse, peraltro non dissimile da tutte le altre in quanto a mole di impegni, viaggi e contatti: dopo essere stato a Gand per visitare l’esposizione di un artista del quale si occupa la sua galleria, si è recato a Londra – dove da tre anni ha aperto una sede – e nel giro di qualche ora ha incontrato il direttore di un museo, un collezionista, un suo futuro collaboratore ed un artista.

Fra il gaudio in noi indotto dall’immagine di una vita tanto a contatto con l’arte, in un continuo turbinio di movimenti e rapporti con gli altri protagonisti del sistema, e la disillusione determinata dall’analisi cinica e desolante circa l’odierna perdita del valore culturale, un ultimo fugace riferimento si è rivelato sufficiente a fare chiarezza: i salotti parigini di fine Ottocento apprezzavano l’arte accademica e rifiutavano quella che cominciava ad essere vista di buon’occhio da mercanti e borghesi, l’arte impressionista, a partire dal ben noto Déjeuner sur l’herbe di Manet, escluso dal Salon del 1863.

Ma seppur lontanissimo dai canoni classici e vero e proprio elemento di rottura, l’Impressionismo non determinò di certo un qualche impoverimento culturale: si trattò soltanto di un netto cambiamento, ed allo stesso modo, dunque, ciò che oggi è diverso da quelli che sono ritenuti i canoni – ammesso che ne esistano ancora – non necessariamente comporterà un livello culturale basso o inesistente.

Allo stesso modo della marmellata, allora, De Carlo pronostica che «tutto sarà destinato ad essere più “fluido” e dilatato» nell’attuale mercato artistico, e che «inevitabilmente si assisterà a parecchi picchi culturali alternati a proposte meno interessanti e di qualità».

Forse come in ogni altro tempo ed in ogni altro sistema culturale, aggiungiamo noi.

Di un personaggio come Massimo De Carlo e della sua galleria, comunque vada, certamente ancora per molto tempo si avrà qualcosa da dire.

Maria Stella Di Trapani

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