DIALOGO CON MASSIMO DE CARLO

 

Maurizio Cattelan "A Perfect Day", 1999.

Maurizio Cattelan “A Perfect Day”, 1999.

Massimo De Carlo non ha certo bisogno di presentazioni. Tra i più importanti ed influenti galleristi italiani ed europei, in ventisei anni di attività  ha promosso e sostenuto il lavoro di numerosi artisti, oggi di livello internazionale – come Maurizio Cattelan, Roberto Cuoghi, Steven Parrino, Carsten Höller, Paola Pivi e tanti altri – cresciuti nel tempo, anche, grazie all’impegno della Galleria.

Dotato di grande intuito, innato senso per gli affari e una buona dose di coraggio, in tutti questi anni, Massimo De Carlo ha saputo innovare la figura del gallerista una volta di più, ampliandone i ruoli e dimostrandosi capace, al tempo stesso, di proporsi come “manager” e compagno di strada/complice degli artisti accettando, ad esempio, nel 1999 di farsi appendere con del nastro adesivo alla parete della propria galleria nell’opera A perfect day realizzata da  Maurizio Cattelan.

Organizzata secondo una formula di business d’avanguardia – che prevede all’interno della struttura la presenza di diverse divisioni altamente specializzate – la Galleria MDC vanta oggi una succursale a Londra e una presenza internazionale di primissimo livello che la vede impegnata in ben  quattordici Fiere internazionali e coinvolta, per mezzo degli artisti che rappresenta, nei più importanti appuntamenti istituzionali.

Per conoscere più da vicino – e meglio – la sua figura siamo andati a trovare Massimo De Carlo nella sua sede milanese, intrattenendolo in una breve intervista/ conversazione.

In un sistema come quello attuale, quali sono i fattori su cui una Galleria può e deve far leva per costruire il proprio portafoglio clienti? In linea generale, è ancora il cliente a cercare la Galleria o, viceversa, oggi è la Galleria a cercare il contatto con il cliente?

Il cliente, oramai, si rivolge alla Galleria solo se quest’ultima è presente nei luoghi chiave della cultura contemporanea – le Biennali, le Fiere e le Aste – e se dimostra, in tali contesti, la propria capacità di offrire qualcosa di rilevante. In presenza di tali condizioni sarà possibile instaurare – tra Galleria e cliente – un rapporto basato sulla reciprocità e la fiducia: talvolta sarà il cliente a rivolgersi alla Galleria con un desiderio specifico e, talaltra, sarà quest’ultima a proporre qualcosa al collezionista. Oggi, la qualità dell’offerta – genericamente espressa – , da sola,  non è più un requisito sufficiente ad attrarre l’attenzione del cliente e a guadagnare la sua fedeltà. È necessario, infatti, essere visibili e credibili nei luoghi e nei contesti che contano. Essere straordinari a casa propria non serve e non paga. Si può agire da Lambrate – come nel mio caso – o da qualsiasi altro luogo. Ciò che conta è saper guardare al macro ambiente.  Qualsiasi luogo può essere un buon punto di partenza.  Ci sono Gallerie cosiddette internazionali che hanno la loro sede in piccoli paesini della Toscana, o in altri luoghi periferici ma, in ogni caso, riescono a proporsi con efficacia in contesti molto ampi e altamente competitivi.

Come seleziona gli artisti? E’ lei in prima persona ad occuparsi della scelta o, visto l’elevato grado specializzazione dei suoi collaboratori, si è dotato di un team di esperti appositamente dedicato all’attività di scouting? 

In questi venticinque anni ho fatto tutto da solo. Ultimamente, invece, sento, ascolto, guardo. Dopo così tanti anni di esperienza, dopo aver visto tanto, paradossalmente, mi rendo conto che è sempre più difficile intuire le cose al primo colpo. È per tale ragione che ritengo necessario, giunti a questo punto, riconoscere la necessità di esser pronti – anche – ad ascoltare gli altri.

Mi parla del suo rapporto con Maurizio Cattelan? Si è detto e scritto molto a riguardo. Cosa pensa, ad esempio, del libro di Franscesco Bonami “Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata” in cui si parla, seppur solo in maniera celata, della vostra lunga, e oramai storica, relazione professionale?

Leggendo il libro, il mio collega  Emmanuel Perrotin si è po’ lamentato del modo in cui Maurizio lo descrive. Io, al contrario, non ho letto il libro. Quando ho visto che i nomi dei galleristi non venivano citati in maniera esplicita ho detto: “se Maurizio pensa di essere così arguto da poter fare a meno di citare i nomi, io posso anche fare a meno di leggerlo”.

Più in generale, invece, con Maurizio abbiamo un rapporto simile a quello di due vecchi amanti che non si frequentano più – o si frequentano poco – ma, ogni qual volta si vedono, si parlano e, spesso, si trovano – spinti dal caso o dal sistema – a lavorare ancora insieme, lo fanno con piacere.

E’ evidente, in ogni caso, che Maurizio ha capito pienamente il ruolo dell’artista nel mondo. Con la sua straordinaria capacità di leggere la contemporaneità, egli ha intuito che, nel sistema dell’arte, il gallerista è uno strumento importante, di qualità, che può garantire servizi, assicurare relazioni ma che, tuttavia, non è strettamente necessario nel lavoro di tutti i giorni. È per tale ragione che il nostro rapporto, un tempo continuo, fatto di “drammi” e rivendicazioni è un po’ cambiato. Oggi siamo semplicemente due vecchietti che si sono voluti bene.

 “Vecchietti”? E’ per questo che Cattelan ha deciso – o forse solo annunciato – di andare in “pensione”?

Lui non andrà mai in pensione! Continua a lavorare a pieno ritmo, ventiquattro ore su ventiquattro. Per Maurizio, realizzare un’opera o scrivere un’intervista per il Financial Times è la medesima cosa. In ogni sua attività egli riversa la stessa energia e la stessa maniacale voglia di precisione. L’unica differenza nel suo lavoro consiste nel fatto che, un tempo, il suo obiettivo era dimostrare al mondo la sua capacità di “saper fare”. Oggi, invece, si misura su un terreno più ampio e, per certi versi, sconosciuto e pericoloso: quello della storia dell’arte. Nella sua attività, sempre tesa alla ricerca di “qualcuno” o “qualcosa” da utilizzare a proprio vantaggio, a mio parere, si può leggere la vera filosofia dell’artista contemporaneo: quella di assoggettare ai propri bisogni una categoria sempre più ampia di “persone”. Siano essi altri artisti, curatori, galleristi, direttori di musei o istituzioni, per Maurizio non conta. Il vero bisogno dell’artista, in fondo, è quello di cannibalizzare tutto ciò che gli sta attorno e, nel fare ciò, utilizza come proprie armi le sue opere e le sue azioni.

(Gregorio Raspa)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...